Il cast alternativo di Superman

A metà anni 70 il desiderio da parte della Dc Comics e della Marvel di girare dei film che rappresentassero degnamente i loro supereroi era in continua crescita, anche perché gli effetti speciali sembravano rendere possibili scene e contesti che fino a pochi anni prima apparivano irrealizzabili.

Il progetto di un film su Superman (anzi, di due, come era previsto dal contratto) venne varato nel 1973 e iniziò a prendere forma l’anno successivo, dopo che la DC Comics si accordò con Ilya e Alexander Salkind, che misero in moto la macchina della produzione cinematografica.

Per la sceneggiatura venne scelto Mario Puzo (Il Padrino), che superò l’iniziale concorrenza di William Goldman (Tutti gli uomini del Presidente), Leigh Brackett (Il lungo addio) e Alfred Bester (già autore per la Dc e scrittore di fantascienza); mentre per la regia si considerarono inizialmente i nomi di Francis Ford Coppola, William Friedkin e Sam Peckinpah.

Nel 1975 Marlon Brando ottenne la parte di Jor-El (dopo che Orson Wells la rifiutò) strappando un contratto di dodici giorni di lavorazione con un compenso di 3,7 milioni di dollari e una percentuale sugli incassi del film, che gli avrebbero portato nelle tasche quasi venti milioni in tutto.

Per il ruolo venne tenuto in considerazione anche Paul Newman, che declinò l’offerta e  rifiutò anche le parti di Superman stesso e di Lex Luthor, nonostante la produzione offrisse un contratto faraonico.

Mentre il progetto prendeva lentamente forma, Puzo terminò la sceneggiatura dei due film previsti, che venne però considerata troppo prolissa, costringendo la produzione a correre ai ripari per ridurla e riscriverne le parti. Per l’occasione vennero assunti David Newman e Robert Benton (Bonnie & Clyde), che si misero al lavoro consegnando una versione riveduta e ridotta di quella di Puzo in pochi mesi.

Nel frattempo il casting proseguiva, soprattutto per il ruolo del protagonista, che sembrava il più difficile. La Dc spingeva per attori di grido come Clint Eastwood, Al Pacino, James Caan, Dustin Hoffman, Ryan O’Neal e Steve McQueen, non disdegnando di proporre anche il nome di Muhammad Alì (che probabilmente avrebbe interpretato alla grande la parte), mentre la produzione puntava su altri nomi, come Burt Reynolds e Sylvester Stallone, che non erano però graditi a Marlon Brando.

Anche scegliere il regista stava diventando molto più complesso di quanto previsto, con Steven Spielberg e George Lucas che sembravano gli uomini su cui puntare, ma che per impegni pregressi (Lucas era alle prese con Star Wars e Spielberg con Incontri ravvicinati del terzo tipo) non poterono accettare l’incarico, che alla fine fu assegnato a Guy Hamilton.

Nel 1976 iniziò la pre-produzione a Roma, che fu interrotta dopo la denuncia a Brando per oscenità in seguito a Ultimo tango a Parigi, costringendo la troupe a spostarsi in Inghilterra per le riprese, dove Hamilton, però, non poteva recarsi per motivi fiscali.

Al suo posto fu ingaggiato Richard Donner, che preferì azzerare gran parte del lavoro compiuto e ingaggiare Tom Mankiewicz per la sceneggiatura. Venne scelto Gene Hackman per il ruolo di Luthor (dopo essere stato in ballottaggio con il sempreverde Hoffman), che ottenne un contratto simile a quello di Brando, comprendente pochi giorni di girato pagati a caro prezzo.

L’accelerazione che diede Donner alla produzione si arenò sulla scelta del protagonista: vennero contattati senza successo James Brolin, Christopher Walken, Kris Kristofferson, Charles Bronson e Nick Nolte, mentre un giovane Arnold Schwarzenegger si propose senza ricevere grossa considerazione.

Dopo estenuanti selezioni di centinaia di giovani attori (con Donner stremato e pronto a considerare anche il proprio dentista, come confesserà in seguito), all’inizio del 1977 fu scelto Christopher Reeve, che per interpretare meglio la parte irrobustì il fisico troppo mingherlino, facendosi allenare da David Prowse, il Darth Vader di Star Wars.

Per il ruolo di Lois Lane fu scelta Margot Kidder dopo un casting affollato, che comprendeva tra le altre Anne Archer, Lesley Ann Warren, Deborah Raffin e Susan Blakely.

Finalmente nel 1978 le riprese iniziarono e videro la realizzazione in contemporanea di entrambi i due film previsti. Brando girò le sue scene rifiutandosi di memorizzare le battute del suo personaggio, sostenendo che bastava avere un’idea generale delle scene da girare e che non servissero particolari sforzi di memoria. Per evitare di incorrere in troppi ciak, Donner lo costrinse comunque a farsi aiutare dai pannolini del piccolo Kal-El, dove vennero scritte le battute dell’attore.

Le scene di volo di Superman furono realizzate grazie alla tecnica del Blue Screen, che rese plausibili le movenze di Reeve nel cielo (l’attore era in realtà agganciato con dei fili a un braccio meccanico); Krypton invece venne ideato come un pianeta ricolmo di cristalli (a simboleggiarne la grande conoscenza acquisita nei secoli) e reso con strutture fatte di gesso, vetro e plexiglass.

Il film incassò 300 milioni di dollari e fu un tale successo da incoraggiare l’interesse di Hollywood nei confronti dei personaggi dei fumetti, che sarebbero diventati una costante nei Cinema. Se non ci fosse stato Superman e il suo successo probabilmente non avremmo avuto il Batman di Tim Burton e quello di Christopher Nolan, lo Spiderman di Sam Raimi e tutti i vari film della Marvel che hanno demolito i record ai botteghini negli ultimi anni.

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A volte ritorno.

Caldo. Sudore. Cose da fare. Una vita che, tra alti e bassi, va avanti. Un nuovo sorso di rum, mentre i cubetti di ghiaccio nuotano nel mio bicchiere facendo rumore. Provo a pensare ma anche la mia mente è arida come un terreno alla disperata ricerca di una pioggia rigenerante. Un rapido sguardo a quella bottiglia, custode di spicciola psicoanalisi alcolica, ormai vuota. Cerco di guardare verso l’orizzonte dei miei pensieri. Solo nuvole grigie che non ne vuole sapere di fendere l’aria per poter tornare a respirare. La notte ruggisce fuori dalla mia finestra, guardandomi dall’alto in basso. Mi deride mettendomi in difficoltà con questa calura che non da scampo. La morte di un giorno che lascia spazio alla nascita di uno nuovo. L’eterno cerchio della vita, perpetuamente ciclico. Un meccanismo così finemente collaudato da sembrare perfetto. Ma sono così stupido da non accorgermene. E il tempo passa in fretta. Troppo in fretta. Passeggio nella sala dei trofei dei miei sentimenti. Tanti quadri appesi al muro. Tanti volti rappresentati. Pochi che valgano la pena di essere citati. Uno solo che ancora brucia nelle fiamme ardenti dei miei sentimenti. Ed eccolo li, al centro della stanza. In una teca di vetro trasparente. Il motore del corpo, l’essenza dell’umanità che ci differenzia dalle macchine. O almeno che così dovrebbe essere. Un cuore. Il mio cuore. E’ assai diverso da come me lo immaginavo. E completamente diverso da come la gente si ostina a disegnarlo. Non ha nulla di romantico o di umanamente interessante. Un semplice muscolo involontario senza il quale l’amore non avrebbe ragione d’essere. Resto a fissarlo. Mi concentro sulle sue cicatrici. Il suo battito è quasi ipnotico. La teca gira e la luce di un faretto lo illumina, dandogli un’aria quasi mistica. Una crepa si apre al centro del cuore. Ecco che il sangue fuoriesce, coprendolo tutto. La stanza viene avvolta da una strana luce verde. Il tutto mentre Freelove dei Depeche Mode fa da stridente colonna sonora alla scena. Mi porto una mano al petto. Sento dolore. Sanguino. Guardo il bicchiere che stringo nella mano destra e noto che c’è ancora del rum. Improvvisamente mi ritrovo nuovamente su quella dannata poltrona gonfiabile, intento a vagare senza meta nella piscina dei miei pensieri. Sorrido, in attesa che arrivi la mia ora. Vuoto il bicchiere e lo lancio via da qualche parte. La musica diventa ovattata e si fa sempre più lontana. Finisco dentro la piscina con tutti i vestiti e vengo portato a fondo. Nuoto, aspettando che tutto diventi più leggero, mentre una strana forza mi trascina sempre più giù. Sul fondo della piscina sui dei monitor passano i momenti più belli della mia esistenza passati con la persona che mi ha fatto sentire vivo nei miei ultimi anni. Tutto passa alla velocità della luce. Qualcuno ha schiacciato il tasto dell’avanzamento veloce. Il mio sangue si è mescolato all’acqua. Sento una spinta che lentamente mi fa risalire. Torno nuovamente a respirare. Mi guardo attorno. Una grande villa buia dove l’unica zona illuminata è quella in cui mi trovo io. Ritorno sul mio ridicolo trono gonfiabile. Stappo una bottiglia di birra e mi abbandono in balia degli eventi. Seguo il flusso dell’acqua. Non so dove mi porterà. Continuo a bere la mia birra. Improvvisamente inizia a piovere. Tira vento e fa freddo. E sono di nuovo solo.

 

Hank Cignatta

 

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Fluxus pagano ad -quasi- cazzum

Ti ricordi come il vecchio si tamburellava il ventre sotto il pelo dell’acqua, al tramonto, di come riuscisse a farlo suonare proprio come una pustola pregna di crema pasticcera, così dolce quel vecchio, così dolce che me lo sarei mangiato, tutto intero, a tranci, a fettine panate, in salmì…e dai dai dai che ti ricordi anche di come noi lo guardassimo incantati, gli occhi pescepalla e le bocche socchiuse -eccolo il sale, il sale che ci invade i polmoni in aliti densi, il mare che ci rimbocca i fianchi come una distesa di burro al curacao! Diiiiio quanta gioventu’- bocche riarse di tabacco Manila noi, io e te, e lui all’improvviso sbucare da sotto il gonnellino di Poseidone pallido in volto, quel vecchio, con quel suo solo occhio a biglia che tanto ricordava il dorso liscissimo di una conchiglia liscissima, e alghe a incorniciargli il cranio nudo, rosso ketchup, epistassi feroci solo per noi difertire, noi di pikolo zirko paganen, noi che gli cacciavamo l’euro in mano se riusciva a stare sotto per piu’ di due minuti filati senza lasciarci le penne, bianche.

La palla, dai, lanciami la palla, dal vecchio torrione saraceno lanciamela giu’, su questa spiaggia-morfina, che ancora ci rigurgita addosso memorie preistoriche, cresciuti insieme e gridato e gridato e gridato abbiamo, abbaiamo adesso soli come Dio se solo ci ripensiamo, a tutto quel nostro piccolo circo pagano che ci rapiva la notte, di netto, tutto un colpo ad effetto, oh oh oh belo belo scherzetto!! Te lo ricordi, quel nostro piccolo harem di pesci-lisca, le cartine e il tabacco che ci gonfiavano i tasconi del pantalontovaglia? Così ce li chiamavano i nostri genitori, i pantalontovaglia, ma non capivano che rasentavamo il cielo alla rovescia la notte e che potevamo con un dito, specie il medio, prendere il volo verso lidi meno comuni e piu’ feroci, mostrare il culo al Creato, fuori da queli beli beli pantalontovaglia, e Dio tuto fare pentiren di avere messo al mondo, un giorno in qualche dofe, due soggetti così ezplosifen come noialtri? Excuse me, do you remember, my dear Truciolone? Remember tu, tu rimembra? Le membra distese in mezzo agli asciugamani non lavati da millenni, tra le concrezioni dei nostri beli parents che su queli asciugamani, forse proprio su quela spiaggia -antica leggenda che ci univa, se possibile, un pelo di piu’- ci hanno così splendidamente piazzati sotto sti quattro sputi di stelle ignoranti. Oh già, oh già, concepiti per mezzo di una spiaggia, per mezzo di Dio che ha creato la spiaggia, per mezzo del Grande Punto Interrogativo che ha creato Dio, per mezzo dell’infinito cazzo che ne so, ma comunque qua. E proprio questo ci piaceva pensare che fosse l’importante, in fin dei conti, perché i conti senza l’oste nun se ponno fà, e se guardavamo il cielo, noi, si sentiva solo un gran silenzio, un silenzio vertiginoso. Mica male, ma silenzio. Ci piaceva ragionarci su, massimi sistemi a bizzeffe, boccheggiando avide ambizioni di fare di noztra vita una krande opera d’arte, mica di finire a insegnare in una privata da quattro neuroni su centottanta allievi, che vivono ditalineggiando tecnologia aliena. Questi irresistibili smartfonni. L’ape regina e lo scacco infinito, cellette su misura, illusione e raccapriccio, qui di vero non c’è più niente. Virtualità. Sembra che sia necessario fare tutto ma non si fa piu’ un cazzo di niente.

Se sapessero, ohhhhhh se solo sapessero, my dear Truciolone, se solo lorsignorini sapessero le storie dei primissimi 2000, quando l’aia era il mondo tutto, e noi le Sirene sottili rincorrevamo in mare sbracciando come psichiatrici, yep yep yep uno poco di stile libero per noi liberi zentire di fare qvelo che a mazchio adolesziente fiene meghlio di faren, invocare quella divinità sommersa che si cela tra inguine e pelame di donna, lambiccarsela tutta in sogno come una Cola gommosa, aspettarla e pregarla, paganesimo connaturato, natura naturante e natura naturata, e che cazzo. Così da sempre, ma il non saperlo è dolce, e noi non sapevamo un cazzo di niente, ma fiutavamo tutto. Non c’è amore più grande, più puro, di quello che senti per quella prima goccia bianca che ti colonizza le mutande nel sonno, proprio mentre tu sei lì come un forsennato, alle tre del mattino, che cerchi di cancellare le prove di tanto scempio nel lavabo illibato, con tanto di saponetta e porchiddeus sommessi, e dentro di te quella gioia impagabile di sentirti finalmente un uomo. Il resto si ferma un attimo, tutto fermo, il mantice del mondo la smette per un attimo di soffiare e tu sei pronto per consegnarti all’anziana Filastrocca del mondo -eccomi che arrivo, anch’io nel piccolo circo pagano dello scopa-produci-consuma-crepa.

Qui si vive a due o non si vive proprio, ci dicevamo allora, e allora già sapevamo, dal bel mezzo di tutto quel groviglio che ci sentivamo tra stomaco e aorta e che tanto cordialmente ci informava di tutto, già sapevamo, dicevo, che cosa significasse scopare, anche se non l’avevamo mai fatto, e nei nostri sogni si mescolavano le Icone Sacre delle nostre perfette Madri -come ci raccontavamo preoccupati sugli scogli duri, i tardipomeriggi del ’96- con queste tettone basilari -modello evergreen da quattro svanziche- che ci passavano in tv la sera, mentre gli ’80 svanivano anche loro nel buco del culo del tempo. Ed era chiaro come il sole che dietro tutta questa faccenda del vivere c’è una truffa così ben congegnata da non riuscire quasi ad essere scorta, retrovirus, a cui comunque, noi, così liberi da tutto, non saremmo riusciti a sfuggire. Questo stare in piedi come le gru, su una zampa sola ma comunque stare, questa volontà ad oltranza, questi motti da poche lire che ci rizzavano i capezzoli d’adrenalina, queste albe e questi tramonti, queste onde che battono eterne l’orizzonte, così piccoli noi, roselline di campo, il tuono di Zeus, in potenza carbonizzati ogni istante. Questo Dio deve volerci proprio male, mi dicevi, per farci così carichi di bisogni, di speranze, di pornodivi, tu che fuor di metafora leggevi Schopenauer e Paperinik a giorni alterni. Io che guardavo le tue ginocchia sbucciate e puntute, i miei puzzolenti piedi puzzulenti, di Sneakers mollicci, la sigaretta che ci si consumava perfettamente a sincro tra indice e medio, quel mare steso come un enorme autostrada languida di fronte a noi, o marenero o marenero o marenè, avanti e indrè, avanti e indrè…pensavo, ecco sì, pensavo che tutto sommato ero contento d’esserci. Anzi, mica vero, pensavo che ero proprio contento d’esserci. Anzi, ma che porca troia di giramento di coglioni a pensare che avrei anche potuto perdermi tutto questo per un qualche dietrofront del Logos Universale che tutto regola, a suon di nascere schiattare nascere schiattare nascere schiattare nascere schiattare… Ecco la mia malattia, amarmi a tratti, ma non voler essere altrimenti, non voler essere diverso da quello che sono. Incondizionatamente vivo.

Sia lode al piccolo circo pagano -io te e la mer- che mi ha cresciuto così bene.

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Io non tremo.

Stare all’erta sotto la pioggia

arroccati

non vedere nulla oltre il proprio naso,

 

quando l’acqua mi batte

e sento scivolare via le dita dal contorno tenero della tua bocca.

 

Ecco cosa temo piu’ di tutto.

 

Invisibile

enigmatica presenza

 

So che ci sono,

ma sfilo davanti ai corridoi armati di specchi

e non mi vedo,

 

sai dirmi come sono?

Ricordamelo, amore.

Ti ascoltero’,

dondolando,

dondolando

 

ti amero’ anche per quello.

 

Il Grande Orologiaio ha ordito un piano infallibile,

tutto combacia alla perfezione

secondi, ore, momenti, miei e tuoi

 

non c’è motivo per temere la bufera

 

i rami sono forti

 

le radici robuste.

 

So che ci sei

so che le mie dita sono salde

so che le tue labbra le accolgono,

mi accolgono in tutto.

 

E quando me lo ricordo

quando me lo dici

 

il vento non mi spaventa,

 

non mi spaventa piu’.

Il cast alternativo del Padrino

La saga del Padrino è considerata da sempre una delle più grandi produzioni hollywoodiane, capace di raccogliere attorno a sé consensi di ogni tipo e anche di lanciare (e rilanciare, nel caso di Marlon Brando) carriere come quelle di Al Pacino e Robert De Niro, che proprio grazie alla pellicola si imposero all’attenzione di tutti e iniziarono la loro scalata verso la leggenda.

Ma come già abbiamo visto con Star Wars, non sempre il cast che andrà a realizzare un film è quello che viene scelto fin dal principio dai produttori, che operano una lunga selezione tra gli aspiranti attori e registi prima di decidere quale sia il miglior candidato possibile. Il Padrino non fa eccezione e i nomi coinvolti o solo presi in considerazione per i ruoli principali sono vari e comprendono anche insospettabili.

Le vicende della Famiglia Corleone narrate nel libro di Mario Puzo non furono affidate subito alla cura di Francis Ford Coppola, che venne scelto solo dopo molti altri suoi colleghi. Sergio Leone declinò l’offerta non trovando la storia interessante e soprattutto perché impegnato già all’epoca con C’era una volta in America; Sam Peckinpah fu scartato dopo che propose di trasformare la storia in un western, mentre Elia Kazan, Arthur Penn, Robert Bogdanovich e Costa Gravas semplicemente rifiutarono: questo permise a Coppola di prendere le redini del film, anche se rischiò a lungo di venire sostituito per le sue scelte del cast.

Infatti lo studio di produzione si vide rimandare al mittente la lista di attori proposti al neo regista per i ruoli principali: questa prevedeva Danny Thomas nei panni di Don Vito Corleone, Robert Redford come interprete di Michael, Paul Newman in veste di Sonny e George Kennedy nel ruolo di Tom Hagan. Coppola si mostrò subito inflessibile nel difendere le sue idee, che erano di tutt’altro avviso e non prevedevano le stesse scelte della Paramount.

La lista che Coppola inviò alla produzione includeva per il ruolo di Padrino Laurence Olivier e Marlon Brando, non lasciando molte possibilità di mediazione ai suoi datori di lavoro, che, comunque, provarono a rilanciare. Furono fatti i nomi di Ernst Borgnine, Anthony Quinn, Burt Lancaster, Gian Maria Volontè e Orson Welles, che però non attecchirono particolarmente come valide alternative.

Si dice che a sbloccare lo stallo ci provò Frank Sinatra, che fece sapere a chi di dovere di essere molto interessato al ruolo di Don Vito. La sua candidatura venne bocciata sia da Coppola che dalla produzione, che voleva un nome importante e di richiamo e, per quanto Sinatra fosse sicuramente un grandissimo cantante, le sue doti interpretative non venivano certo considerate adatte alle esigenze. Comunque sia sembra strano che lo stesso Sinatra, che fece fuoco e fiamme all’uscita del libro per gli evidenti riferimenti alla sua figura (nel personaggio di Johnny Fontane) e ai suoi presunti legami con la Mafia, si interessasse così tanto per ottenere un ruolo (per giunta di capo) nel film tratto dal best-seller di Puzo. O forse The Voice aveva uno smisurato senso dell’umorismo.

Alla fine la spuntò Brando, nonostante i dubbi della Paramount, che lo considerava in pieno declino, mentre Coppola stravedeva per lui. Scelto Vito, toccava ora individuare chi potesse ricoprire il ruolo di Michael. Tra i papabili c’era anche Burt Reynolds (già scartato per la parte di Don Vito, ma tra i migliori candidati per quella del figlio), a cui toccò in sorte di avere il veto di Brando, che non voleva recitare con lui e la cui influenza sulla scelta dei suoi co-protagonisti era da sempre risaputa: ad esempio Sylvester Stallone verrà escluso dal ruolo di Clark Kent in Superman proprio a causa dell’ingerenza dell’interprete di Fronte del porto.

Furono fatti i nomi di Warren Beatty, Dustin Hoffman, Martin Sheen, James Caan, Rod Steiger e Ryan O’Neil, ma nessuno incontrò l’approvazione di Coppola. Anche Jack Nicholson sfiorò la parte, ma fu lui a non considerare il film, poiché riteneva che per i temi trattati e per il contesto dovessero essere impiegati attori di origine italiana.

Forse anche per questo il regista scelse Al Pacino, mandando su tutte le furie la Paramount, che già aveva mal digerito l’imposizione di Brando e che arrivò a poco dal cacciare Coppola. Per la produzione Pacino era troppo basso e si rischiò un drammatico impasse se non fosse intervenuto proprio Brando, stavolta minacciando di lasciare il set se fosse stato impedito a Coppola di svolgere il suo lavoro. La produzione, piuttosto che dover ricominciare praticamente da zero, acconsentì poco convinta all’ingaggio di Pacino, che divenne l’osservato speciale per gran parte della lavorazione del film.

Per il ruolo di Sonny Corleone si pensò a Robert De Niro, che sostenne un provino e mancò di poco la parte per l’ennesima ingerenza di Brando, che insistette per dare la parte a James Caan. De Niro dovrà aspettare il secondo capitolo della saga per poter entrare nel cast come giovane Vito Corleone.

Come interprete di Tom Hagen, il consigliere del boss, si considerarono vari nomi, tra cui Steve McQueen e Bruce Dern. Pare che anche Elvis Presley, grande fan del libro, fosse interessato alla parte e si propose a Coppola, che ringraziò, ma scelse Robert Duvall (forse per evitare chissà quali reazioni inconsulte di Brando).

Piazzati i ruoli principali, Coppola si dedicò agli altri. La parte di Kay Adams andò a Diane Keaton, dopo che in ballottaggio ci furono anche Karen Black, Ali MacGraw, Jennifer O’Neil, Cybill Shepherd e Jill Clayburgh (all’epoca compagna di Pacino); la sorella del regista, Talia Shire, fu scelta per interpretare Connie Corleone senza molta altra concorrenza, così come capitò a John Cazale per il ruolo di Fredo.

Il Padrino uscì nelle sale nel 1972, riscuotendo un enorme successo e ricevendo dieci candidature agli Oscar. Brando vinse la statuetta come Miglior Attore Protagonista, non presentandosi però alla premiazione come gesto di protesta per le discriminazioni nei confronti delle minoranze etniche e inviando in sua vece un’attrice che si travestì da squaw e lesse un discorso di denuncia. Anche Pacino boicottò gli Oscar, non riconoscendo la scelta dell’Academy, che lo considerava solo per il premio come Miglior Attore Non Protagonista: a suo dire non meritava questa candidatura, ricoprendo un ruolo più importante rispetto all’ingombrante (e vincente) Brando nel film.

brando

Hai fatto bene.

Hai fatto bene.

 

Ecco cosa quel DioBestia di One Eye pensa

smanacciando sul tamburellino con l’effige di Elvis The Pube,

il fascinoso Buffalo Elvis, menestrellone di piuma e lardo di Balena

 

deflagrato in burro e sangue nell’anticamera della dimora degli Dei,

 

’77 selvaggio,

 

tra la porta del Cesso e quella del Paradiso

 

come un Cristo ingordo di chiodi e Nutella.

 

Eccolo, One Eye, eccolo ora….

oh! ma se voi l’aveste visto vent’anni fa, ohhhhhh se solo aveste potuto vederlo,

 

i Cani del parco,

stretti attorno a pochi ossi fumanti, lo ricordano bene

e ululano la loro nostalgia sputando sangue catramoso

 

sulle loro confezioni di Tavor.

 

Le nocche sbrecciate

 

le palme dei piedi di scimmia,

polpacci napalm e prime Vans,

quando lo skate rattoppava i lembi delle nuvole

 

e lui lo cavalcava teso come corda d’arco

fermimmagine nel cerchio orzata della luna

 

’80 imbardati di palettes,

Raffaella canta a casa mia

e Raffaella è mia, mia, mia.

 

 

Beh, per quel che puo’ valere io lo ricordo bene.

 

OneEyeIndistruttibileOneEye

piscia lacrime caramellate da ogni poro della carcassa azzurrognola/vermiglia ora,

come un qualunque veterano del ’77,

col suo tamburellino Presley

 

qui dove i ragazzi volano ancora

 

-le magliette violentate dal vento-

 

su tavole in fiamme

 

la notte dei 2000 e rotti.

 

You were always in my mind

sulla panca tra le rampe stanotte è Iceberg e,

One Titanic Eye, affonda gli anfibi nella terra,

porta una benda sull’occhio buono,

il terzo.

 

Non vuole piu’ sentire nulla.

 

Solo stormir di ruote che sfrecciano:

 

cantico d’asfalto e caviglia.

 

I ragazzi volano ancora

oggi come allora.

 

Lui non esiste più,

non si sente piu’ gli occhi,

l’ultimo respiro,

ieri.

Poi Babette ha raccolto le sue cose

e se n’è andata.

 

Nel Gran Canyon delle labbra vizze: tracce di rossetti mitologici

affastellati nel corso dei secoli,

solo uno ancora in grado di tenerlo in piedi, fino a ieri,

 

Babette e le sue Cherry labbra

Babette di Slovacchia,

 

se lo avvitava sulla lingua scivolosa come una benedizione,

tra i denti Camel,

 

e se lo bestemmiava

 

lo faceva con amore.

Da vent’anni così.

 

Qui, Babette, ha raccolto gli ultimi Olè allora

 

i fari alti, grigie palpebre spalancate

 

fiotti di luce bianca

vi baciavano le labbra

 

e quando posavate gli skate

l’erba nuda del parco vi accoglieva ingorda

per sentire i vostri corpi rovesciarsi come bollenti anaconde su di lei.

 

Scopavate tra i ratti in amore e vi mangiavate ginocchia e gomiti fino all’osso

celebrando il Sudore

come sorgente

viva,

scivolando l’uno sull’altro

come fette di ananas

al Maraschino.

 

E un ricordo soltanto anche se obeso

 

il liquore di mele che le rovina tra i seni

le labbra socchiuse

e tu seduto a leccarglielo via dall’ombelico,

slurp slurp ohhhhhhhh i fiori che implodono in orgasmi variopinti

la lingua a conca e gli occhi incavati ed enormi, bellissimi, pieni,

il fiume parla

-le Sirene immusonite piangono il loro eroe ormai innamorato-

vi chiama per nome,

…splash!

E poi via, fradici verso casa

a skate incrociati,

 

e shabumbum

 

nel suo letto

 

il tuo primo orgasmo,

il suo primo lancinante dolore

rosso scuro.

 

Fissando il tramonto malfermo

-ancora con le anche in altalena-

in pace come un Buddha

dal balcone di camera sua

-quella sera di vent’anni fa-

non avresti mai pensato che sarebbe finita così.

 

Amen.

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Paura e delirio a Torino: il canto del cigno del quieto vivere

Il terrore. Fottuto, fottutissimo terrore. E’ il filo conduttore dei più beceri episodi di terrorismo che stanno colpendo il Vecchio Continente negli ultimi tempi. Un vero e propio atto di forza del fondamentalismo islamico nei confronti dell’Occidente, attaccato nel cuore pulsante delle sue certezze. Noi ci siamo, siamo in mezzo a voi e vi possiamo colpire in ogni momento e con ogni mezzo. E a quanto pare non ci sono zone franche. Per quanti controlli minuziosi si possano fare, l’imprevisto è sempre dietro l’angolo. Il recente attentato di Manchester e quello di sabato sera a Londra sono solo la punta dell’iceberg di una propaganda del terrore che nulla ha a che fare con la religione. La fede, in questo senso, è un pretesto. La religione è l’oppio dei popoli, diceva qualcuno decisamente più saggio di chi vi sta scrivendo, che si è meritato un comodo posto nella storia e di essere studiato da generazioni future di studenti che continuano a maledire il suo nome nel corso di improvvise interrogazioni a tappeto. Il terrorismo, nella sua accezione più moderna, tende a voler spezzare le certezze e le abitudini dei cosiddetti popoli civilizzati per colpirli nel vivo dei propri usi e costumi. Ma soprattuto far perdere loro una delle certezze più assolute che ci sono nella vita: la libertà.  E nonostante tutto ci sono diversi di questi elementi in quanto capitato sabato sera qui, in quella che apostrofo amichevolmente come Nevrotic Town. Questo elemento è la paura. La paura mista ad un turbinio di emozioni che nella frazione di un battito di ciglia genera lo sgomento più totale può essere una delle reazioni più devastanti del genere umano. La presunta presenza di una bomba, l’allarme lanciato da qualcuno in vena di movimentare quella che sembrava una serata difficile da digerire dal punto di vista sportivo. Ed ecco che in pochi istanti un vero e proprio tsunami umano corre all’impazzata in ogni direzione, con   il solo e preciso obiettivo di poter riuscire a portare a casa la pelle. Gente che corre in maniera incontrollata a destra e sinistra. Persone che si nascondono nelle vie limitrofe di Piazza San Carlo, chiedendo aiuto ai negozi vicini che erano ancora aperti. Ed ecco che la in mezzo il terrore aleggia nell’aria. La ragione lascia spazio agli istinti primordiali. Correre per salvarsi. Così numerose persone abbandonano il salotto di Torino che in pochi istanti si trasforma nella piazza del terrore. Si lascia tutto quello che si ha per fuggire verso la sicurezza. In pochi concitati secondi la folla diventa incontrollabile e ogni direzione è quella giusta, purché porti lontano dal luogo dal quale è stato lanciato l’allarme. Tutto capita così velocemente da sembrare il set di un film di azione. Persone che scappano, separandosi da mariti, fidanzati e parenti per poi ritrovarsi in seguito in un pianto disperato ma liberatorio. L’eleganza prettamente sabauda di Piazza San Carlo, solo qualche mese fa teatro dei festeggiamenti per il raggiungimento dello scudetto bianconero, sembra uno scenario post apocalittico. Zaini, borse, occhiali, bottiglie di vetro e di plastica, scarpe, macchie di sangue e diversi altri oggetti diventano l’angosciante testimonianza di una delle serate più folli che si ricordino a Torino. Il bilancio finale attesta 1527 feriti, di cui tre gravi, spalmati nei diversi nosocomi cittadini e della primissima cintura. Un vero e proprio bollettino di guerra. Immagini che stonano con il clima festante di poche ore prima, testimoniato dai diversi telegiornali in collegamento da una città in festa per uno degli avvenimenti sportivi più attesi dell’anno. Un momento di aggregazione, che doveva essere momento di spensieratezza per numerosi cittadini e turisti accorsi da ogni parte di Italia per supportare la propria squadra del cuore. Ma che in pochi attimi si è trasformato nel peggiore episodio che la città ricordi. Il tutto da ricondurre ad unico e comune sentimento: il terrore. Una paura indotta da altri che pare diventata una triste componente delle nostre frenetiche e moderne esistenze. La paura di andare ad un concerto. La paura di camminare per strada. La paura di continuare a vivere una vita normale. Un cocktail micidiale. E siamo così ciechi da non capire che ci stanno turando il naso, costringendoci a berlo fino all’ultima goccia. Terrore On The Rocks. Il tutto mischiato con una massiccia dose di ignoranza e una spruzzata di disgustoso perbenismo che tende a distrarre dal reale quadro della realtà. Gli equilibri ormai sono spezzati. Un attacco al napalm nella placida foresta della tranquillità dell’Occidente. Esatto, quella parte del mondo in cui non è strano vedere una donna al volante o un ragazzo recarsi a lavoro a bordo di una tavola da skateboard. La vera questione è che abbiamo messo la nostra intera esistenza in mano a degli incompetenti portaborse. Se non erano in grado di capire la differenza tra acqua frizzante e naturale, come avrebbero potuto avere le competenze per governarci? In pochi anni tutte le nostre conquiste, tutte le nostre certezze sono state spazzate via. Culture differenti con diverse tradizioni che non possono coesistere. Il gatto e il topo. Il cane e il gatto. Il fondamentalismo islamico e il resto del mondo. Il terrore, dicevamo. E’ l’unico, vero filo conduttore di tutta questa vicenda. Mista ad altri elementi che, nel corso delle prossime settimane, saranno (di certo) oggetto di sciacallaggio politico da parte dei vari partiti che sono in forza in città. Siamo di fronte alla morte del quieto vivere e del benessere comune. Nel mentre, in un futuro decisamente non troppo lontano, questo sarà lo scenario. Controlli, restrittivi ed invasivi. Eccessivamente invasivi. Forze dell’ordine armate e pronte a sparare ad ogni muoversi di foglia. Sospetto nei confronti delle persone che possiamo avere al nostro fianco, con la perenne paranoia che tra loro possa nascondersi un pazzo fondamentalista pronto ad immolarsi per il suo dio. E addio alla nostra occidentale libertà. Le prove tecniche di trasmissione sono iniziate già da un pezzo. Ma non voglio decisamente essere presente alla festa di inaugurazione di questo canale del terrore. Torino ha vissuto quindi  la sua nottata di paura e delirio. Ma al posto delle insegne luminose dei casinò di Las Vegas a fendere l’oscurità di una città piombata in pochi istanti nelle trame del terrore c’erano le sirene delle ambulanze, il cui suono sparato all’ultimo volume per le strade cittadine ne hanno fatto da drammatica colonna sonora insieme alle grida di chi era alla disperata ricerca di un volto amico pronto ad aiutarlo o tranquillizzarlo. Mentre scrivo tutto ciò, ora fuori piove. L’acqua lava via ogni cosa. E mentre ci accingiamo a ritornare alle nostre vite, pronti per iniziare la nostra settimana e crearci nuove preoccupazioni per incasinarci al meglio l’esistenza, tutto torna lentamente alla normalità. Fino al prossimo allarme bomba.

 

Hank Cignatta

 

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Il successo di Jackass, inno all’estremo e alla stupidità che ci piace

No, questo non è l’ennesimo articolo alla Max Pezzali su quanto erano belli gli anni d’oro del Grande Real o dei Roy Rogers come jeans. Non seguo e non seguiamo quella corrente che va molto di moda negli ultimi tempi, dove si stava meglio quando si stava peggio e l’importante è spalare merda su quanto facciano schifo gli anni in cui viviamo.

Certo, parecchie cose sono cambiate e stanno cambiando. Alcune certezze stanno sparendo per lasciare il passo a quello che (si spera) sarà il nuovo. Ma nulla più. Il mio vuole essere solo un tributo ad uno dei programmi più pazzi, innovatori e scioccanti che la televisione ricordi. C’era un appuntamento che i ragazzi della mia generazione, nei primi anni Duemila, non voleva e non poteva perdersi.

A mezzanotte passata, cercando di approfittare di genitori ben saldi nell’abbraccio di Morfeo, orde di ragazzini brufolosi (tra cui il sottoscritto) si impossessavano della televisione per sintonizzarsi su Mtv e vedere i numeri degli stunt fuori di testa di alcuni ragazzi. Questo programma si chiamava Jackass e vedeva come mattatore un certo Johnny Knoxville. Il personaggio in questione era un ragazzo smilzo e fuori di testa, che faceva da mattatore in una sorta di nuovo circo che nel corso del tempo ci ha fatto conoscere personaggi del calibro di Steve-O, Wee Man, Bam Margera, Ryan Dunn, Chris Pontius, Preston Lacy, Dave England e tanti altri.

Ben presto Mtv  aprì ad una generazione ancora ignara delle potenzialità future del web e di un sito come YouTube, le porte di un mondo in cui le uniche due regole erano divertirsi e fare casino. Più la serie veniva trasmessa più otteneva successo. Più i numeri del cast erano malati e fuori da ogni concezione umana più era divertente parlarne con gli amici che avevano visto in gran segreto dai propri genitori la puntata. Fu così che in breve tempo gli stunt di Johnny Knoxville, Steve- O e compagnia cantante divennero un vero e proprio inno alla stupidità e all’incoscienza giovanile.

Tra omelette fatte con il vomito, razzi fatti scoppiare dal culo, gare a chi beve più latte senza dare di stomaco, Jackass divenne un punto fermo dello sviluppo adolescenziale dei ragazzi della mia generazione. Ma come è nato questo vero e proprio culto dell’estremo e del masochismo? Tutto ebbe origine dalla rivista di skateboard Big Brother. Per questo giornale lavoravano Jeff Tremaine (futuro produttore di Jackass) e Chris Pontius, aiutati da Dave England e Johnny Knoxville. Tutto nacque da una pazza idea dello stesso Knoxville, al quale venne in mente di testare su di sé alcuni strumenti di autodifesa che comprendevano spray al peperoncino e scosse elettriche di taser, per poter scrivere un suo articolo. Knoxville, all’epoca aspirante attore e neo scrittore, oppose la sua idea a diverse riviste che declinarono la proposta al mittente.

Le cose cambiarono quando Johnny conobbe Tremaine, il quale lo ingaggiò come giornalista e lo convinse a filmare questa sua impresa. Il filmato in questione mostrava Knoxville colpito dalle scosse elettriche di un taser e gli effetti dello spray al peperoncino e apparve nel secondo filmato dedicato allo skateboard della rivista Big Brother. In breve tempo Knoxville e la sua resistenza al dolore divennero famosi e la rivista decise di far partire immediatamente un tour.

In quel periodo ci fu anche l’interessamento di Mtv, la quale sposò entusiasticamente il nuovo format. Sull’emittente musicale per eccellenza lo show andò in onda per tre stagioni, diventando però bersaglio da parte della censura che fece spostare la sua messa in onda oltre le undici di sera per poi cancellare le repliche dell’ultima serie, a causa dell’interessamento del senatore del Connecticut Joseph Lieberman il quale chiedeva a gran voce la cancellazione totale dello show.

Quello che rendeva Jackass unico nel suo genere è il prorompente cattivo gusto messo in scena e la totale noncuranza sia del dolore che del pericolo mostrato dai membri del cast. Non era quindi raro vedere Steve- O bere un pesciolino rosso per vomitarlo in seguito (sempre vivo) in una boccia o vedere Johnny Knoxville farsi frantumare le palle da un grosso martello. Con il tempo erano diventati come una specie di supereroi, a cui potevi fare di tutto, perché tanto si sarebbero rialzati più coglioni e agguerriti di prima nel perseguire i lori pericolosissimi stunt.

Ma come in tutte le cose che hanno successo, ben presto questo genere di intrattenimento ha generato dei fenomeni di emulazioni, alcuni andati decisamente non a buon fine. Nonostante fin dalla messa in onda del primo episodio Mtv sottolineava con speciali avvertenze quanto fossero pericolosi gli stunt che si stavano per guardare, ciò non ha fatto desistere un manipoli di adolescenti annoiati di imitare quanto visto nelle puntate di Jackass. Tutto questo portò in breve, nella democratica e cristianissima America, una feroce campagna di boicottaggio del programma e di Mtv, colpevole di mettere in onda dei programmi pericolosi per l’incolumità dei più giovani.

Tra l’interessamento del già sopracitato governatore del Connecticut Lieberman e le numerose proteste di associazioni di genitori di stampo cristiano fondamentalista, portò Jackass ad essere eliminato da Mtv.

Questa breve battuta d’arresto però non ha portato ad un calo di popolarità del cast e del programma, anzi. La fama della crew di Knoxville continuava a crescere a tal punto da portarli a realizzare un primo film basato sulla serie mandata in onda in tv. In breve tempo il film di Jackass divenne iconico tanto quanto la show televisivo stesso e fu il rampo di lancio per la carriera cinematografica di diversi membri del cast, tra cui Johnny Knoxville, Bam Margera (in seguito diventato skater professionista) e tanti altri.

Dal progetto di Jackass vennero realizzati altri due film, con parecchi stunt mai visti in televisione e realizzati appositamente per le versioni cinematografiche. La fama del programma era ormai leggendaria, i suoi protagonisti erano famosi al pari di rockstar e gli ideatori di questo format avevano aperto la porta ad una nuova frontiera dell’intrattenimento televisivo e non solo.

Con l’andare del tempo ci si meravigliava di come gli stunt-man dello show non fossero rimaste vittime della pazzia dei loro stessi numeri, diventando, come già detto, una sorta di super eroi dell’incoscienza. Tutto stava andando per il verso giusto, finché non arrivarono una serie di eventi a cambiare le carte in tavole.

Tra i principali fattori del calo di successo di Jackass vi è senza ombra di dubbio l’interattività dell’Internet 2.0 : in una società nella quale chiunque, per mezzo di un computer e di una webcam, può avere i suoi quindici minuti di celebrità di Warhelliana memoria, facendo qualsiasi cosa gli passi per la mente, ha reso tutto quello visto nel corso degli anni fatto dal cast di Jackass come qualcosa di già visto e se vogliamo anche superato.

Le motivazioni sono anche da ricercare nella mancanza di nuove idee di un format che nel corso degli anni ha raggiunto e dato il suo massimo. Dall’idea originale di Jackas sono nati tanti progetti e tanti altri programmi che hanno visto come protagonisti i vari membri del cast, ma riproporre in loop le stesse idee in salsa diversa rischiava di diventare un qualcosa di già visto e pronto per essere riscaldato in tempi di magra di idee migliori.

Altro grande fattore che ha fatto prendere coscienza a tutti i ragazzi di Jackass è stata la morte improvvisa di Ryan Dunn, l’amico di una vita di Bam Margera. La sua scomparsa, avvenuta il 20 giugno 2011 in seguito ad un incidente automobilistico, è stato l’inizio della fine di un’era fatta di spensieratezza e di divertimento, in cui contava solamente fare casino e stupire chi li guardava, con sprezzo del pericolo e noncuranza per la propria incolumità personale.

Vanno presi in considerazione anche altri fattori che hanno portato alla fine di Jackass, tra cui il prosieguo della carriera d’attore di Johnny Knoxville, il successo di Viva la Bam!, programma di Bam Margera, il successo di Wildboyz, spin off di Jackass con protagonisti Chris Pontius e Steve O e via discorrendo.

La morte di Ryan Dunn, oltre a tutti gli altri fattori sopracitati e presi in considerazione, è stato il canto del cigno del progetto di Jackass, il quale si è fermato per non snaturare l’idea stessa lasciata dall’intero cast, di Jackass, ovvero degli eterni coglioni pronti a fare festa sempre e comunque.

Hank Cignatta

 

main

 

A te

Sono l’asino che si raccoglie il sudore nei palmi e lo beve
-invoco la nebbia, che mi nasconda le mani!-
che lascia le orme sul cemento fresco
e non sa poi ritrovarsi,
che offre allo specchio il profilo peggiore

perché l’altro non lo conosce.

M’avevano detto di non guardare il tramonto
ad occhio nudo,
sono rimasto cieco

Omero senza Ulissi

solo tu canti
come la sirena,
mentre le lenzuola spumano e si impregnano di noi
rinfrescandoci la pelle.

Oh capitan c’è un uomo in mezzo al mare,

e tu che mi raccogli

tra un arrivederci e un altro,

amore,

e io che ti raccolgo

per non perderti.

 

Tra le sette meraviglie del Matrix Bar

c’é il mio cuore sotto la campana di vetro
che spruzza bile senza vergogna

senza raccapriccio

e s’improvvisa poeta,

poeta de’ sto cazzo.

 

E in mezzo al naufragio, davanti alle tende infuocate
un tuo sorriso nudo
mi corre alla gola

è miele.

Sono l’esatto opposto dei miei desideri
non mi tengo dietro
rassegno le dimissioni da me stesso,
indosso il mio maglione preferito
quello infinito sul collo e lungo alle ginocchia

stand-by

bevo un sorso di birra
fisso il piccolo cactus ammuffito
e la finestra spalancata

e le tue gambe nude

aperte sul cortile.

 

Meglio chiudere.

 

Mi avvicino

e allora posso incontrarti per davvero

posso incontrarti e sorriderti senza mettermi troppo di mezzo

lasciandomi un po’ in disparte

lasciarti lì, a conversare con la mia anima.

 

Quando parlate così mi commuovo.

E il ritrovare la rotta mi è dolce.

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Stagioni

Distanza.

Primavera che te ne sbuchi da dietro l’angolo, sicura, dorata boccheggi sui portoni, ovunque disegni languide geometrie di sole, fai fieri i piccioni che pettoruti van bellicosi per la piazza grande al tramonto, si battono tra loro per una mezza briciola di pane. Nascosti nell’erba consoli i sorrisi degli innamorati che strappano con le mani ciuffi d’erba frizzantina, rotolando a piedi nudi e insieme verso il Po, assorti a contemplarsi le bocche che si inseguono bollenti. E appena oltre il Castello, dove l’orizzonte si fa più aspro di boscaglia, una piccola giapponese con le gote rosse raccoglie negli occhi -stranamente grandi e di luna piena- l’orizzonte. Click.

Il morigerato guardone quel martedì latitava, la sabbia del deserto portava con sé l’odore del mare raccolto sulla sua via; la padrona della pensioncina per studenti, avvolta dal polline turbinante sul balcone del primo piano non batteva ciglio, coi capelli rosso magenta incipriava il vento grattandosi le guance di teschio. Calaca messicana, trucco su ossa. Qualche pipistrello scivolava nell’aria immobile disegnando traiettorie di Ufo. Tu e Marta stavate insieme da due mesi. E sì, la padrona era davvero insopportabile, e ora la fissavi dal tuo balconcino due piani più su e non ricordavi bene, o Innamorato, se mai ti fosse andata a genio; ma la provincia era un’isola troppo piccola per non tentare la via della Città. E così adesso studiavi Lettere a Torino, e avvinto dal vapore della doccia scrivevi con l’indice sullo specchio del piccolo cesso della pensioncina, come un qualunque ragazzino, “Amore mio mi manchi”.

Insieme.

Pensare, sentire da immortale. Essere immortale. Ecco l’estate, che veniva lieta, lastra torrida di cielo mandaranciato. Ed eccovi di nuovo insieme. Quei giorni ed altri giorni ancora, luglio vi legava selve di palloncini al cuore, un giorno qualunque saprete che è stato così, allora non potevate far altro che sorridervi addosso, mentre la metropoli fumosa si ricopriva di fiori, e come i figli esuli di una città sepolta dal mare costruivate per voi porti alieni in cui sbarazzarvi del mondo. E baciarvi, e toccarvi e baciarvi e languire come lucertole, rovesciati nell’erba di città. Gli occhi vi si facevano d’oro, Mida in agguato stendeva manti aurei sulla vostra pelle senza rughe, e le facciate delle case in lontananza vi sembravano di cartapesta, eravate sul piccolo set del vostro amore post-adolescente. Una notte qualunque capirete che è stato tutto vero, allora non potevate crederlo, intenti a carezzarvi le dita e i toraci, pelle appena abbronzata e soffice e prime MS da fumare con calma. Dolcezze assortite per acneiche puerili complicità.

Il mare vi chiamò, senza paura rispondeste, e fu la prima settimana tutti soli. Il Mediterraneo antico vi faceva i capelli turchini, quando specchiavate i vostri volti nell’acqua e il gelido lampione dell’alba -che spreme le ultime energie in inutile candore, nell’attesa di poter dormire- perdeva d’autorità. La sabbia si alzava in pioggerellina ronzante dalla spiaggetta libera che vi si irradiava attorno, il cielo porgeva le mani e la riprendeva a sé.

Cooooccobello Coooooooccobello, é già mattina. Gettavi fiori sul suo corpo, fiori rossi d’alba, quando sul bagnasciuga gelato dormiva, e tu a gambe all’indiana celebravi il vostro sentimento immaginandovi insieme ancora, insieme per sempre.

Un tramonto qualunque tornerai su quel mare, in quel preciso punto, e troverai altra sabbia ad aspettarti, e piangerai quando altre sirene canteranno dal molo, e tu non potrai cedere al loro canto, perché per te l’età delle illusioni sarà finita. Ma ricorderai i suoi fianchi spuntare dalla shirt Unkonwn Pleasures, e di come le tue dita te ne riportassero la forma, la consistenza, scivolandovi sopra ingenue, e di come la sua bocca -nel preciso istante in cui si sveglio’- s’aprì nell’unico sorriso che ti porterai nella fossa. Vedrai il polpastrello del tuo indice tracciare nuovamente il suo nome sulla sabbia dura, bagnata, e penserai ancora una volta a lei, e a te, a quello che allora eri, quando il cielo veleggiava molto più alto di oggi sulla tua testa, e non c’era morte e non c’era redenzione. Solo vivere di rapina. E non saprai più darti un nome, perché allora avevi gli occhi grandi, e come carta assorbente, e ti guarderai le gambe, e le maledirai per averti riportato lì. Ti volterai, e avrai la certezza che nella vita non si muore una sola volta.

Rapina.

Venne di getto, l’autunno. Neanche ve ne accorgeste, forse. Per questo settembre vi vide ancora abbarbicati l’uno all’altro, a te cresceva la barba, a lei l’impazienza metteva radici. Venne con ottobre il tuo primo grande dolore. Scendeste là dove l’erba si fa selvaggia, tu e la tua Marta, e per parlare vi stringeste forte, come due angeli scivolati dalle nuvole al Prato del Peccato, e lei come una qualunque Maddalena verso’ tutte le sue lacrime sui tuoi alluci nudi, e i suoi sedici anni improvvisamente le svanirono dalle gote, e qualcosa nelle sue mani si mosse, le dita si aprirono, come a lasciarti andare, piccolo uomo, al tuo destino, senza di lei. Mentre ti sussurrava il nome di lui riuscisti a trovare solo la forza di guardare le vostre scarpe buttate a casaccio nel fitto della vegetazione, la luna argentea abbagliava il fiato che in nuvolette nervose si frapponeva alle vostre bocche, l’una all’altra inutili ormai. L’erba di colpo si fece tagliente, le sue scarpe sfondate sepolte da quel vegetale oceano argenteo restarono per te l’ultima immagine del tempo trascorso insieme. Tornasti a casa con gli occhi gonfi d’Apocalisse, t’aveva amato come un giorno di vacanza. Adesso lo sapevi. Aveva trovato di meglio e le braccia sconosciute di lui ti rimpallavano da un occhio all’altro, sadico flipper, e vedevi lei tra quelle, così più grosse, capaci, ed amorevoli delle tue.

Sogno.

Chi diede la vita ed ebbe in cambio una croce. Chi imbracciata l’artiglieria non ti ricambia la cortesia. Sognasti Piero come un merluzzo surgelato, rigor mortis senza Dio, sbeffeggiato da migliaia di papaveri rossi spioventi. Gli sfioravano vivi le nari rigide, immobili, marmoree. Il fucile accanto, carico. Ecco Piero sopraffatto da se stesso. Piero. E a poche decine di metri il nemico che già s’allontana dimentico, e a fianco del fiume risale silenzioso la collina di tulipani per raggiungere gli altri, per aggiungere l’ennesima X sul muro sbrecciato. Del tuo sacrificio non sa un cazzo, Piero, non s’è accorto di nulla, tutto quello che ha fatto è stato prendere la mira e sparare. Non ha pensato a nient’altro. E ora tu non vedi più nulla, e ti fai sorgente purpurea, il tuo sangue è serpe rilucente, scivola morto verso il fiume. Muto, sibila l’erba al suo passaggio. Piero con la tua lettera d’amore sul cuore, offerta al vento solitario e fradicia di scarlatto, piegata ad aeroplanino dall’estremo gesto irrazionale dell’agonizzante -ma quella lettera ti restò sul cuore- che s’illude che lei potrà davvero un giorno leggerla. Pensi che se sapesse del tuo sacrificio ingrato potrebbe mai perdonartelo, Piero? No, non lo farebbe, perché t’avrebbe amato per sempre, amico mio, se solo tu fossi rimasto in piedi, se solo tu fossi rimasto in piedi per lei. Per te. Per voi. Per quella foto che portavi nascosta nel calcio del fucile: era febbraio, lei nascondeva sotto lo strascico dell’ampio vestito bianco una verginità del tutto simbolica, una corona di bucaneve le incoronava i capelli corvini. E rideva in mezzo al riso, appena sfocata in volto.

Ti svegliasti di soprassalto, sul pullman per casa.

Come la fenice.

Il pullman correva.

Lei t’aveva lasciato da una quarantina di minuti.

La canzone era finita.

Il sogno era vivido, potevi ricordarne ogni dettaglio.

Il walkman si beveva nastro a vuoto.

Pochi secondi e sarebbe finito il lato.

Raccogliesti il fucile, ferito, non morto.

Ti alzasti in piedi e prendesti bene la mira.

Sparasti al cuore di quel vostro amore sfortunato.

Il pullman si fermò alla tua fermata.

Scendesti e ti incamminasti verso casa.

E improvvisamente ricordasti d’avere vent’anni.

Avanti tutta.

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