E se avere una propria opinione fosse il vero scandalo?

Un mal di stomaco fortissimo. E’ questa la sensazione che provo in questo periodo su diversi fronti della vita di tutti i giorni. Un mal di stomaco fortissimo che non ne vuole sapere di accennare a placarsi e che nessun antiacido sembra in grado di far passare. Il vero motivo di questo malessere è da ricercarsi in due grandi fattori che stanno, purtroppo, alla base dell’attuale modo di intendere la stragrande maggioranza delle cose del nostro quotidiano. Uno è il terribile pressappochismo sul quale si basa la nostra società, dove la regola del “meno faccio, meglio sto e che mi frega di tutto il resto” regna incontrastata e sovrana. Non importa che ci si rechi in un qualsiasi negozio a fare qualsiasi tipo di acquisto o all’ufficio postale per la commissione di turno. Il risultato sarà sempre lo stesso: un muro di menefreghismo sul quale impatterà (dolorosamente) una qualsiasi intelligenza nella media. Situazioni al limite del paradossale, dove scene di fantozziana memoria diventano più attuali che mai a distanza di ere geologiche, lontane solo a livello temporale ma identiche per modus operandi. La dipendente dell’ufficio postale che prende la tua raccomandata, guardandoti con l’espressione di chi ti fa un favore. O il commesso del negozio di turno che, alle tue legittime domande sul determinato prodotto, ti guarda come se avessi sodomizzato il suo gatto. e che si gira anche scocciato. La seconda grande rovina dei nostri giorni è il pericoloso perbenismo di facciata, di cui si è parlato numerose volte qui sulle colonne virtuali di Bad Literature Inc. Questo è un male che quotidianamente va a scardinare anni di conquiste e battaglie sociali che erano diventate una certezza nell’immaginario collettivo ma che, con il tempo, sono state messe in discussione da persone che non sono in grado di tenere in ordine neanche la scrivania della propria camera. Ed è proprio questo secondo e pericolosissimo fattore che sta spingendo l’Occidente verso l’oblio della più irritante delle stupidità. Gli effetti più devastanti di questo perbenismo di facciata (applicato dai missionari della filosofia predico bene ma razzolo decisamente molto male) si possono vedere in questi giorni in merito alla questione degli scandali sessuali ad Hollywood. Dopo il caso Weinstein, di cui molto si è parlato e i cui strascichi polemici stanno animando rotocalchi di gossip e opinione pubblica, qualcosa è effettivamente cambiato. Sembra che ad Hollywood ( e più in generale nel mondo) sia abbattuto improvvisamente lo Spirito Santo, in grado di convertire scatenate peccatrici da competizioni nelle più pie delle attrici che abbiano mai solcato il suolo dell’Industria dei Sogni. Appurato che Harvey Weinstein abbia dei seri problemi a relazionarsi con persone del sesso opposto, oramai ha donato le proprie generalità alla scoperta di una determinata parafilia sessuale che verrà studiata dalle future generazioni di psicologi come lascito di questi tempi incerti e privi di reali stimoli creativi. Si, perché nello stesso periodo in cui i processi si fanno in tv e non nelle aule di tribunale e dove a giudicare i colpevoli sono i programmi di intrattenimento trasmessi in prima serata in televisione (senza usare un briciolo di reale competenza giornalistica, data la portata della presunta notizia) significa che qualcosa non funziona. Dopo la presa di coscienza dell’opinione pubblica riguardo il caso degli scandali sessuali, il movimento di protesta Time’s Up ha sfilato sul red carpet della 75° edizione dei Golden Globes. Attrici e persone dello spettacolo si sono presentate vestite di nero in segno di protesta nei confronti delle molestie sessuali. Una situazione che, da potenziale arma per denunciare gli oscuri retroscena di un ambiente  che per anni si è finto di non vedere, è diventata una sistematica caccia alle streghe. O meglio, al (p)orco. Più è altisonante il nome del personaggio del giorno accusato di molestie, più la notizia ha risalto venendo sbattuta in prima pagina. La tattica dello sbattere il mostro in prima pagina a tutti i costi ha sortito nel tempo un effetto decisamente contrario. Quelle poche persone dotate di raziocinio si sono messe ad analizzare le situazioni e hanno partorito un proprio pensiero libero ed indipendente che va per forza di cosa controcorrente. E di questi tempi non sia mai che qualcuno possa mettersi a formulare un pensiero di senso compiuto, lontano da preconcetti creati apposta per essere calzati e condivisi senza un briciolo di cognizione di causa. Ma è realmente tutto uno scandalo sessuale ciò che i media riportano? A tal proposito in Francia si è levata una voce (dai toni decisamente diversi rispetto a quella che sta dilagando ad Hollywood) che ha deciso di andare controcorrente. Se le cose (pare) stiano realmente cambiando e che si stia vivendo un periodo storico di grande cambiamento all’interno del mondo dello spettacolo internazionale, una più che legittima voce fuori dal coro non poteva che fare più rumore di una deflagrazione atomica. Ecco quindi che sulle pagine del quotidiano francese Le Monde compare qualcosa di più di un semplice articolo che cerca di sviscerare le reali motivazioni che hanno portato al successo del cosiddetto movimento #MeToo. Un vero e proprio manifesto, firmato da circa cento tra artiste e accademiche d’oltralpe, che vanno controcorrente rispetto a quando affermato da chi grida (spesso troppo presto) allo scandalo sessuale. Tra le firmatarie più famose di questo manifesto che è diventato una voce fuori dal coro (e destinato a far discutere) vi è anche la famosa attrice francese Catherine Deneuve. L’attrice transalpina, considerata fin da subito la voce più celebre di questo manifesto del libero pensiero, accusa senza troppi giri di parole colpo che hanno appoggiato la diffusione del movimento #MeToo, affermando di essere colpevoli di aver creato un clima sfavorevole nei confronti del genere maschile, diventando così troppo intransigenti e puritane nei confronti della relazione sentimentale e sessuale tra uomo e donna. Un documento che si smarca con fermezza dalla corrente accusatoria che da diversi mesi vige tra gli studi cinematografici di mezzo mondo. Dal perentorio titolo “Difendiamo la libertà di infastidire, indispensabile alla libertà sessuale”, la lettera ha fin da subito suscitato un vespaio di polemiche. Tante quante ne ha creato lo stesso caso degli scandali sessuali. E come prevedibile anche i media italiani si sono divisi circa il contenuto del manifesto il giorno stesso della sua pubblicazione. Pareri contrastanti, che però allontano di parecchio l’attenzione su quello che è uno degli scopri principali, se non fondamentali, della diffusione del documento. Nella nostra società con grandi velleità di emancipazione, ma ancora ancorata ad antichi pregiudizi e preconcetti, si è persa la giusta dimensione nel quale collocare persone e situazioni. La mezza misura è ormai un concetto quasi estinto, una parola desueta dal suono ormai antico. Ecco quindi che una presa di posizione personale, magari diversa da un pensiero comune che vuole tutti accomunati sotto una sola idea predominante, è il vero scandalo all’interno dello scandalo stesso. In tempi in cui la tecnologia fa passi da gigante, l’Uomo sogna di poter mettere piede su Marte e ci si batte affinché tutti abbiano pari equità e diritti a quanto pare è avere un proprio pensiero ed andare concorrente a fare realmente notizia. Ma a furia di catalogare come molestia un semplice saluto rivolto da un ragazzo ad una sua coetanea, si corre realmente il rischio di veder ben presto persone che si scelgono virtualmente senza che ci sia il piacere di un’approfondita ed umana conoscenza reciproca. In questo caso la repressione farebbe decisamente molti più danni di quanti la sua cura dovrebbe prevenire. Ma si sa, per molti la Terra continua ad essere piatta, esattamente come la realtà che si ostinano a vivere e a voler necessariamente imporre al prossimo rendere il proprio mondo meno solitario e grigio. Ma gli unici strumenti per colorare un quadro sono gli stessi che hanno permesso al mondo di progredire. Ma forse siamo arrivati ad un punto di non ritorno dove non c’è la curiosità di proseguire, ma di non domandarsi il perché si stia indietreggiando ad una velocità decisamente preoccupante.

 

Hank Cignatta

 

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Anno nuovo, dubbi nuovi: bicchiere dopo bicchiere, considerazioni di un Gonzo abituato all’ipocrisia umana

E anche queste feste sono (finalmente) giunte a conclusione. Terminato il devastante effetto buonista di quello che è diventato lo slogan pubblicitario natalizio per antonomasia (A Natale siamo tutti più buoni®), non ci rimane che riporre le nostre umane speranze nell’anno appena cominciato. Un nuovo anno a cui aggrapparsi affinché possa sembrare migliore di quello che ci siamo appena lasciati alle spalle, mentre continuano a riecheggiare per le strade i rumori dei residuati pirotecnici acquistati da alcuni improvvisati bombardieri urbani in guerra con il vicino e con chiunque faccia un botto più grande del loro. Pronti per fare la muta e cambiare pelle per poter affrontare al meglio questo 2018. Possiamo quindi dire stop al consumistico spirito natalizio che ha idealmente messo tregua a diatribe famigliari e litigi di vario genere e tornare ad odiarci e insultarci con la consueta intensità di tutti gli altri giorni di un nuovo ed intonso calendario gregoriano. Il tutto mentre ci affidiamo ad amari e antiacidi che hanno nomi di santi sotto spirito, a cui la nostra italica tradizione ci porta a rivolgerci con la preghiera che il cenone di Natale e di Capodanno non facciano il loro violento ingresso sul tappeto persiano della sala a cui tiene tanto Zia Santuzza. Ho passato l’intero periodo di queste feste con i sensi alcolicamente anestetizzati per gustarmi meglio lo spettacolo dell’ipocrisia umana. Nulla di nuovo sotto il sole, direte voi. Esatto. Ma proprio durante il periodo delle feste la pochezza umana raggiunge il suo apice, spargendo sul mondo la sua formula concentrata di ridicola isteria che ci farebbe sembrare ridicoli ed insignificanti di fronte a qualsiasi altra forma di vita dotata di intelletto. Ad ogni fine d’anno ci si aspetta che l’umanità possa rinsavire dalle proprie colpe e comprendere dai propri errori. Invece appena i sensi tornano lucidi dopo i bagordi si ritorna a fare le stesse cose di sempre. Gli stessi errori di tutti i giorni. La stessa mancanza di entusiasmo di tutti i mesi. Il medesimo pressappochismo di ogni anno. E mentre i nostri coltelli si sono appena posati, responsabili di numerosi sacrifici di pandori e panettoni, saremo già pronti ad affettare la testa alla colomba pasquale di turno. Per poi predicare vacanze intelligenti e restare imbottigliati in chilometri di asfalto sotto temperature infernali. Intanto il tempo passa e torneremo nuovamente a cercare di ipnotizzarci con le intermittenti e colorate luci natalizie e a convincerci che, in fondo, a Natale siamo tutti più buoni®. Tutto questo verrà fatto nel 2018, anno già eccessivamente carico di aspettative e di (false) speranze. E quindi che cosa renderà questo nuovo anno migliore di quello che gli ha da poco lasciato il passo? Apparentemente nulla, se non l’incedere elegante di quell’effimero e rigonfiante  senso di autostima proprio di una società che, perennemente, predica bene e razzola decisamente peggio. Il perbenismo di facciata continuerà ad infettare ogni misero e lucido brandello di normalità rimasto a questo mondo, guidandoci verso una fine già tracciata come le parole crociate facilitate. Continueremo ad indignarci per il maltrattamento degli animali e promulgare divieti di uso di botti durante i festeggiamenti di Capodanno, ma poi correremo come guerriglieri a rifornirci di artifizi pirotecnici di ogni forma, dimensione, colore e (soprattutto) rumore per poter battere il condominio adiacente nella spasmodica e annuale gara di superamento di decibel una volta scoccata la mezzanotte. Per non parlare dell’ipocrisia degli auguri che arrivano puntualmente nella frenesia di abbracci e brindisi di buon auspicio. Il cellulare suona come un centralino e vibra come un sex toy, mentre sul display compaiono numeri di persone di cui non si avevano notizie dalla notte del nostro concepimento e che, allora, conoscevamo sotto forma di spermatozoi. La fiera dell’ipocrisia è quindi all’apice del suo massimo splendore. Mentre l’alcol inizia a fare il suo dovere, ci si divide tra gli auguri pro forma da inviare via messaggio e da fare a parenti ed amici con i quali si sta trascorrendo quello strano e concitato momento di festa. C’è giusto il tempo per accasciarsi sulla prima poltrona che si trova e lasciarsi andare ad una doverosa e fondamentale riflessione articolata su più quesiti: ma che cosa stiamo facendo esattamente? Che cosa stiamo festeggiando?  La fine delle nostre apparenti disgrazie?  Il disgregamento della società occidentale che ha fallito sotto ogni punto di vista? La reale presa di coscienza che ogni religione non è altro che un modo sfarzoso di abuso di credulità popolare? Che la politica non è altro che un antico termine greco per illudere la gente sui propri problemi e reali necessità? Ma soprattutto che cazzo di reale motivo abbiamo per dover festeggiare, mentre tutto affonda e noi non alziamo neanche la falange di un dito per far si che le cose possano evitare di andare sempre peggio? E mentre la mia mente è attraversata da un turbinio di domande e di pensieri a cui nessuno in quel momento vuole dare una risposta, alzo il mio calice e brindo alle novità. Anno nuovo, dubbi nuovi. Il tutto condito con una buona dose di ipocrisia ed un pizzico di curiosità, giusto per evitare che tutto abbia quel retrogusto di film già visto ma, soprattutto, vissuto.

 

Hank Cignatta

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A Natale siamo tutti più buoni™

Eh si gente. Anche quest’anno siamo arrivati immancabilmente al grande spettacolo del Natale, uno dei periodi dell’anno che odio di più.  Il tempo è volato via troppo in fretta, come finissima sabbia all’interno di una clessidra che vorremmo tanto che si rompesse, ma che fa comodo che sia intatta ancora a tantissime persone. Il Natale, intesa come festività che fin da piccoli siamo stati cristianamente educati ad aspettare con il cuore diviso tra l’irrefrenabile curiosità di scartare nuovi regali e una finta morigeratezza atta a contenere quell’innocente e fanciullesco senso di avidità, non esiste più da anni. Come non esiste più il Natale festeggiato il venticinque Dicembre. In maniera impercettibile (ma tristemente vera) la ricorrenza viene anticipata sempre più. Ecco quindi che ipermercati e centri commerciali addobbano i propri scaffali con panettoni, pandori e verdi abeti dalle palle scintillanti già a metà novembre. Ma qui le uniche palle (e neanche più integre) sono quelle che ci vengono propinate ogni anno. Arriva quindi nel vivo, proprio in questo periodo, una sorta di atteggiamento imposto su più versanti. La società nasconde in maniera grossolana le sue forme di odio variegato come polvere sotto il tappeto, per dare adito ad una delle più alte forme di ipocrisia che l’umanità possa mettere in scena nella sua sporca storia. Le città si colorano in maniera forzata di luci che tendono ad ingannare la nostra vista, cercando di farci entrare in una mentalità buonista che tende a tatuarci sulla faccia un plastico sorriso a trentadue denti. A Natale siamo tutti più buoni è oramai diventato uno slogan pubblicitario, una stupida frase priva di ogni qualsivoglia significato dietro al quale si tende a giustificare ogni tipo di stupidaggine. Dalla più semplice alla più efferata. Chi ha un lavoro si ritroverà a fare gli straordinari per poter avere qualche soldo in più da poter spendere in qualche grande centro commerciale per evitare di fare la figura del taccagno alla cena con i parenti. Una processione mirata per cercare di trovare il giusto presente e la giusta carta con il quale avvolgerlo, che verrà strappata via senza neanche essere considerata. Ecco come mi sento. Come la carta da regalo che viene gettata a terra nell’indifferenza generale, perché tanto quello che conta si trova al suo interno. Quindi il significato di tutta questa grande farsa che chiamiamo Natale non è il richiamo a quelli che sono i princìpi più puri dell’unità cristiana ( per chi è credente) come ci hanno fatto credere per anni, bensì una gara a chi si impegna di più a non deludere le aspettative altrui con i regali che caccerà sotto il naso del prossimo. Ben presto Jingle Bells verrà sostituito con una compilation realizzata con i suoni di registratori di cassa che lavorano a ciclo continuo. La figura stessa dell’incarnazione popolare della natività, Babbo Natale, sarà vestito di verde e sul suo mantello campeggerà un enorme simbolo del dollaro cucito con intarsi in oro diciotto carati. Ma è uno scenario che non si discosta troppo da quello che ci apprestiamo a vivere tra pochi giorni. Ed è ancora troppo casto per i miei canoni fuori dalle perbeniste visioni cattoliche. E mentre si è alla disperata ricerca di un modo per intrattenersi, anche la televisione manifesta la sua adesione alla grande farsa di fine anno. Spot di gioielli, panettoni, aggeggi tecnologici, giocattoli e chi più ne ha più ne metta si impadroniscono del teleschermo, cercando di bombardare l’ultimo residuato di neuroni che scappano in preda al panico al grido di io sono ateo da questo vero e proprio bombardamento psicologico che aggredisce i sensi. Anche l’aria ha uno strano odore. E non è lo smog, in questo caso uno dei mali minori se non l’unico elemento che aiuterebbe a portare con i piedi per terra una situazione che da pericolosamente sfuggendo di mano. Tanto anche quest’anno si ripete la stessa storia dell’anno scorso, dell’anno precedente e di quello ancora prima. Il panettone ha il solito gusto, i regali non sorprendono più e le luci di natale hanno sempre gli stessi colori. Che cosa ci rimane di reale da festeggiare? Molto probabilmente la fortuna di essere sopravvissuti ad un’altro anno. Magari con qualche cicatrice in più, alcune visibili e altre più nascoste, nelle pieghe nell’anima. Ma pur sempre con qualcosa ancora da raccontare, nella vana speranza di poter essere sorpresi da una risata che possa spazzare via l’incertezza di questi tempi strani. Il tempo passa. E’ inevitabile ed è una costante della vita. Ci sono cicli che si aprono e altri che si chiudono. Situazioni piacevoli e altre decisamente schifose. Gioie immense e dolori talmente forti che sembrano doverci spezzare il cuore in più parti. Ma piano piano ci si rialza e si va avanti. Forse è questo il vero significato di questo periodo. Fermarsi un secondo. Prendersi una vacanza dai propri impegni, dalla propria frenetica vita quotidiana e guardarsi allo specchio. Per cercare di comprendere quanto sia bello ed importante avere i piccoli grandi piaceri della vita da poter condividere con chi si ama. E festeggiare il fatto di essere sopravvissuti a tutto e a tutti. Indistintamente. Riempio quindi il mio bicchiere. Lo alzo al cielo e dedico un brindisi a chi non c’è più ma che, ovunque essi siano, sono in grado di guidarci e aiutarci nei momenti più cupi delle nostre incasinate esistenze.

 

Hank Cignatta

 

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Marilyn Manson e il fastidioso teorema del perbenismo Made in Italy: la vera faccia di una società viziosa che si nasconde dietro ad una maschera di puritanesimo ormai stantio

In questi giorni ha fatto discutere non poco la decisione del programma Music, andato in onda lo scorso mercoledì su Canale 5, di annoverare tra i suoi ospiti la “controversa” rockstar americana Marilyn Manson. Il codazzo di polemiche aveva già ammorbato l’informazione nostrana, orfana di notizie degne di essere collocate in prima pagina, riportando lo sdegno di alcune associazioni di genitori barra estremisti cattolici indignati per la presenza di Manson nel programma condotto da Paolo Bonolis sulla rete ammiraglia di Mediaset. Ma si sa, il sensazionalismo è la nuova ricetta con la quale si tende ad attirare l’attenzione pubblica su più di un versante, figuriamoci in uno ormai in crisi come quello dello share televisivo. Ecco dunque che parte una martellante campagna pubblicitaria per promuovere il programma, dove tra “artisti” sfornati da talent show di varia natura, viene inserito il nome del cantante e attore americano. Apriti cielo. In pochi secondi arriva puntuale come la peste l’ondata di sdegno da parte dei “giudici virtuali”, i quali accusano la rete di ospitare personaggi dalla dubbia moralità in grado di far passare messaggi negativi ai giovani, nonché un dichiarato adoratore di Satana. Quando lo scorso luglio il Reverendo aveva tenuto un concerto a Verona la città (o almeno una buona parte di essa) era rapidamente ripiombata nel Medioevo più oscuro. Messe riparatrici e veglie di preghiera organizzate dal vescovo di Verona Giuseppe Zenti hanno avuto il preciso intento di spingere la comunità locale a combattere con la forza della fede e della preghiera l’arrivo in città di un personaggio definito dal pastore “demente ancor prima che sacrilego”. A rincarare la dose di questa ospitalità all’insegna di individui armati di fiaccole e forconi che gridano la testa dell’artista (figurativamente parlando, s’intende) ci ha pensato il sindaco della città dove il concerto sarebbe andato in scena, invitando Manson ad “assumersi le sue responsabilità, essendo un personaggio che incendia gli animi con il serio rischio di creare problemi di ordine pubblico, in un periodo dove di matti in giro ce ne sono già fin troppi”.  Ok, Marilyn Manson è un personaggio non nuovo ad essere crocifisso sulla pubblica piazza mediatica per il tipo di personaggio che rappresenta. In patria ad esempio è stato per parecchio tempo considerato l’anticristo, colui in grado di traviare verso il male le giovani menti dei ragazzi americani per mezzo della sua musica dai contenuti satanici. In una delle tante ferite ancora aperte della storia degli Stati Uniti quale è la strage della Columbine High School avvenuta a Denver nel Colorado nel 1999, l’opinione pubblica americana stava ancora piangendo le vittime di quel folle gesto quando puntò fermamente il dito contro alcuni fenomeni di cultura di massa del periodo. Furono tirati in ballo alcuni film che nella loro trama ricordavano il modus operandi messo in atto dall’autore del massacro, passando per gruppi e cantati di genere rock e heavy metal, accusati di veicolare nei testi delle loro canzoni messaggi di odio che avevano un effetto devastante sulla psiche degli adolescenti che ascoltavano la loro musica. In questa assurda caccia alle streghe venne tirato in ballo anche lo stesso Manson, il quale in quel periodo era il nemico pubblico numero uno di politici e opinionisti a stelle e strisce. Quando venne intervistato dallo scrittore americano Chuck Palahniuk avvenuta pochi giorni dopo la strage, il cantante diede una delle risposte più naturali e sagge che una mente razionale potesse dare. Quando Palahniuk gli chiese che cosa avesse detto agli  assassini, Manson rispose: “Non avrei detto loro niente. Ma avrei di sicuro ascoltato che cosa loro avevano da dire, cosa che nessuno ha fatto”. Un tipo di risposta diplomatica, certo, ma in grado di dare l’idea riguardo ad un artista buttato in pasto al tritacarne mediatico per aver scelto un modo provocatorio e poco ortodosso di affrontare il mondo dello showbiz. Ma stiamo parlando di una rockstar, persona dedita ad un genere musicale in cui la stravaganza è ed è stata la chiave di volta del successo di numerosi artisti e gruppi entrati nell’Olimpo di un genere musicale che si sta apprestando a diventare un fenomeno da museo. E ciò che si è visto in onda mercoledì sera su Canale 5 è stato l’esempio lampante di come ci meritiamo di essere circondati ( e culturalmente annientati) da reality, talent show e tutti i sottoprodotti da essi generati. Bonolis presenta il programma, intitolato Music, con il suo solito piglio in grado di catturare la curiosità dello spettatore malamente spalmato sul divano di casa che nel mentre commentava il risultato della partita del Napoli. Sul palco dello show si esibiscono vari cantanti e personaggi dello spettacolo. Tutto procede come da copione, fino a quando arriva il momento più atteso di tutta la serata: l’intervista a Marilyn Manson. Bonolis lo introduce, adducendo una sorta di spiegazione filosofica che lega l’oscurità al personaggio che sta per entrare in studio. Il pubblico presente al programma non è solo composto da individui reclutati per applaudire  ogni qual volta l’assistente di studio ordina loro di farlo, ma si nota anche la presenza di una buona fetta di fans dell’artista statunitense. Manson appare in studio e il pubblico presente già è diviso: da una parte c’è chi applaude non del tutto convinto o ignorando il personaggio che stanno applaudendo. Dall’altra i fans del Reverendo, composto da dark con il viso truccato di bianco e rossetto nero o con numerosi piercing. Insomma, la diversità di cui la nostra società si fa scudo per raggiungere conquiste e diritti ma che, di fatto, guarda con aria di superiorità e che disprezza senza troppi complimenti. Bonolis inanella una serie di domande, coadiuvato dall’interprete che ha il compito di girare le domande all’artista e di tradurre le risposte che Manson da ad un conduttore che da l’impressione di fare una chiacchierata con lo studente “strano” di una scolaresca di alunni tutti diligenti e creati in serie. Mentre Bonolis se la ride, consapevole di tentare di far scivolare una potenziale occasione di buona televisione in una telefonata con i fratelli Capone dei tempi di Tira & Molla, Manson da delle risposte precise, esaustive e in grado di mostrare una persona che si discosta parecchio dallo spauracchio paventato dall’opinione pubblica americana. Ma questo Bonolis non lo ha visto. Come non lo ha visto il pubblico che si è limitato a giudicare il libro dalla copertina. O che si è schifato per la presenza in studio di persone dai capelli di un colore non convenzionale. O per i numerosi piercing sfoggiati da una ragazza su cui ha indugiato l’obiettivo della telecamera. Bonolis quindi fa un ampio uso della mimica facciale e del linguaggio del corpo, nel tentativo di portare dalla sua sia una parte del pubblico presente in studio che quello da casa, intento a guardare quello scempio in diretta nazionale. Si, perché di scempio di tratta. Il programma che ha ospitato Marilyn Manson lo ha voluto in trasmissione in quanto grande nome internazionale in grado di richiamare su di se un gran numero di appassionati o di semplici curiosi, oltre che attirare l’attenzione dell’opzione pubblica in perenne ricerca di argomentazioni da infilare nell’ormai logora gogna mediatica. Il tentativo di Bonolis è stato chiaramente quello di far passare un artista internazionale (che può piacere o meno ma che in maniera fottutamente sacrosanta rimane tale) come un fenomeno da circo tutto cerone bianco, lenti a contatto colorate, tatuaggi e satanismo seguito da un manipolo di freak che non sono in grado di distinguere il bene dal male. Un’orrenda operazione mediatica che è l’ulteriore conferma di come la televisione italiana merita di sguazzare nella sua mediocrità, incapace di tornare ad essere un mezzo di propaganda di cultura di massa in grado di informare e di suscitare una sana curiosità su realtà che in alcuni casi sono assai diversi dalla nostra, così italica e piccola. Una realtà composta da una società che si vuole battere per grandi conquiste sociali, nascoste dietro ad una triste maschera di perbenismo ormai stantio che ci blocca nei nostri stessi desideri di conquista e complessi di grandezza, con i quali si scontra la piccolezza di una realtà così dannatamente provinciale da essere dannosa come una stanza in cui l’aria viziata è composta da un gas nervino che lentamente mina le nostre capacità di crearci un punto di vista o un’opinione. E se la televisione è lo specchio della società di un Paese date retta al povero bastardo che vi sta scrivendo: prendete il vostro televisore. Gettatelo con forza fuori dalla finestra. E sperate che sotto passi chi sta staccando la spina al libero pensiero e al senso critico. E anche se sullo schermo stanno passando i titoli di coda sulle grandi certezze e conquiste del mondo occidentale, alzate la testa. Non è mai troppo tardi per dire la propria. Solo così potrete essere The Beautiful People.

 

Hank Cignatta

 

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Eminem il trasformista: da Slim Shady a Rap God. Le mille anime di un talento fenomenale ( e senza tempo)

Entro nella mia sala autoptica. Mi metto dei guanti di lattice nero e, in religioso silenzio, mi metto a sfogliare la mia massiccia collezione di CD. In una società così pretenziosamente tecnologica come la nostra, in cui tutto sta diventando così effimero da essere magicamente comodo ma dannatamente effimero come la digitalizzazione di ogni qualsivoglia testimonianza del passaggio e dell’ingegno dell’Uomo, un vasto catalogo musicale su supporti ottici fisici come i CD è un chiaro segno del mio avanzamento anagrafico. Probabilmente un giorno la mostrerò con fierezza a una masnada di nipoti svogliati nell’ascoltare gli sgangherati racconti di gioventù di un vecchio appassionato di musica che si è rovinato l’udito ascoltando i suoi artisti preferiti all’ultimo volume. La mia ricerca ha un fine quando riesco a trovare alcuni degli album fondamentali della discografia del rapper di Detroit. E proprio su di lui il mio bisturi, dalla lama affilata e scintillante, si posa per cercare di comprendere la grandezza di un’artista in grado di essere sempre al centro del successo senza essere mai banale. La prima volta che ascoltai un brano di Eminem avevo diciassette anni. La tv era una distrazione che faceva compagnia in tempi in cui Facebook, Youtube e Twitter sarebbero suonati come strani insulti in una lingua che sia io che la maggior parte dei miei coetanei studiavamo a scuola fin dalle elementari. La mia televisione era perennemente sintonizzata sul canale televisivo più “in” tra i giovani.   Era il periodo in cui Mtv era in grado di fare divulgazione musicale ai giovani, grazie anche ad un ampia scelta di artisti che avevano qualcosa da dire e lo facevano in un modo decisamente geniale. Per carità, non sono di certo mancati gli aborti discografici che ammaliavano la maggior parte del target a cui i programmi del network musicale statunitense si rivolgeva. Ma per fortuna si poteva spostare l’attenzione verso artisti che meritavano davvero (ah, e i talent show non erano ancora arrivati ad inquinare l’industria discografica mondiale). Fu così che tra la messa in onda dei video di Jennifer Lopez, Britney Spears e boy band varie il video di un nuovo artista rapì completamente la mia attenzione. Era un ragazzo magrolino, con i capelli ossigenati biondo platino, un sacco di tatuaggi, con dei vestiti di due taglie più grandi rispetto alla sua e una metrica in grado di frantumare qualsiasi cassa pompasse la sua musica. Quel ragazzo stava sputando delle rime su una base che in breve tempo si incastrò in maniera permanente nelle mie sgangherate sinapsi. Mi ritrovai poi giorni dopo a canticchiare quello che era il ritornello di The Real Slim Shady, che nel giro di una settimana divenne uno dei video più trasmessi da Mtv. Ma ascoltare solo quella canzone non mi bastava più. Ero curioso di ascoltare tutto l’album da cui era estrapolata The Real Slim Shady. Così appena riuscì ad avere qualche soldo mi fiondai letteralmente nel negozio di dischi del mio quartiere per poter mettere le zampe su The Marshall Mathers LP. Arrivato a casa ballai come uno stupido mettendo subito la canzone che imparai a conoscere grazie ad Mtv, per poi scoprire un disco pieno di canzoni dal ritmo travolgente. Ma quell’album non era soltanto una tracklist composta da alcuni pezzi che facevano muovere il collo in maniera incontrollata. Con il tempo imparai anche ad apprezzare il contenuto dei testi di quelle canzoni, ammirando ulteriormente  la vena artistica e stilistica  di Eminem. Infatti, Enimem era molto di più di quella semplice canzone che veniva trasmessa venti volte al giorno dal mio canale musicale preferito. Quella canzone, fin dal suo titolo, nascondeva un significato intrinseco ben più grande e introduceva un personaggio incredibile. Slim Shady ( lo smilzo oscuro, traducendolo mooolto alla buona) è l’alter ego dell’artista Eminem e dell’umano Marshall Mathers III.  Proprio attraverso la “maschera” di Slim Shady Eminem riesce a scrivere rime taglienti come lame e ad essere un caustico analista della società americana. Diventa in breve tempo un vero fiume in piena, dove prende di mira tutti all’interno dei testi delle sue canzoni. Celebrità, politici, persone comuni e usi e costumi della tradizione statunitense. Attraverso i suoi brani Eminem riversa tutta la sua esperienza vissuta prima di diventare uno degli artisti più apprezzati del panorama rap mondiale. E se The Marshall Mathers LP è stato considerato uno degli album rap più importanti di tutti i tempi secondo una lista stilata dalla prestigiosa rivista americana Rolling Stone, una menzione speciale merita anche un’altra fatica in studio del rapper di Detroit, ovvero The Eminem Show. Vincitore di numerosi e prestigiosi premi, viene considerato uno degli album più rappresentativi di Eminem dove il rapper gioca funambolescamente con alcuni degli elementi che sono stati alla base dei suoi primi lavori. Nel disco sono presenti tracce come Without Me, aspra critica al mondo dello spettacolo, della politica e alle tendenze di cultura del periodo. Viene anche analizzato il turbolento rapporto con la madre di Eminem, Debbie Mathers, all’interno dell’intima ed autobiografica Cleanin’ out my closet. Come avviene per ogni qualsivoglia personaggio in grado di dare un calcio al nauseabondo perbenismo di facciata di cui è impegnata la società americana (e non solo quella statunitense), ben presto Eminem finì al centro di numerose polemiche a causa dei contenuti dei testi delle sue canzoni. Nel periodo in cui l’America cercava di scaricare le colpe dei suoi problemi su un’altro grande artista del calibro di Marilyn Manson (che duetterà proprio con Eminem in una versione di The Way I Am), che proprio in quel periodo stava consolidando la sua carriera, le associazioni cristiane, quelle dei diritti umani e la politica americana iniziava a puntare il dito anche contro Eminem. Il rapper venne ben presto accusato di essere un misogino, razzista, omofobo e causa di tanti altri mali del mondo(compreso quello di essere l’autore dell’incendio di Roma, per intenderci) per i contenuti decisamente poco ortodossi delle sue canzoni. Stare sul cazzo all’universo è un mestiere difficile, ma qualcuno deve pur farlo. Ed Eminem non si è di certo tirato indietro. Ma quello che è riuscito a fare attraverso le sue canzoni che oggi, a distanza di anni, vengono considerate alcune delle più belle della storia recente del rap, è qualcosa in grado di rimanere scolpito per sempre nell’Olimpo della musica mondiale. Eminem è stato anche in grado di abbattere le barriere all’interno di quello che io considero razzismo di ritorno, riuscendo ad imporsi e a guadagnarsi il rispetto all’interno di una realtà musicale molto ristretta dove non era concepibile potesse esserci posto per qualcuno che non era nato e cresciuto nei ghetti neri americani. Proprio le difficoltà del riuscire ad affermarsi all’interno di un mondo molto ristretto come quello del rap/hip hop americano è descritto in maniera magistrale nel film autobiografico 8 Mile, che ripercorre la strada all’ascesa di Eminem. Il tempo passa e il mondo si è ormai accorto del talento di Marshall Mathers. I premi fioccano, tra cui numerosi Mtv Awards e un Oscar nel 2003 alla migliore canzone proprio per 8 Mile. Recentemente ha fatto alcuni incursioni nel mondo del pop. plasmando il suo stile unico e facilmente riconoscibile in alcune canzoni che si discostano da altre sue produzioni, quali I’m not afraid Love the way you lie, riuscendo comunque ad essere un punto di riferimento iconico del rap in grado di mettersi al servizio di un genere musicale all’apparenza così diverso dal suo. Ma dopo questa digressione Eminem sembra essere tornato quello di un tempo. Nel 2013 da alle stampe il suo ottavo album in studio, intitolato The Marshall Mathers LP 2, chiaro riferimento e ideale continuazione del disco pubblicato nel 2000 e che gli ha dato notorietà internazionale. Come segnale di ritorno allo stile che lo ha reso famoso Marshall si tinge nuovamente i capelli di biondo, chiaro ritorno del suo alter ego Slim Shady. Dal suo nuovo disco vengono estratti diversi brani, tra i quali spicca senza ombra di dubbio Rap God, dove il rapper riesce a pronunciare 1560 parole in 6 minuti e 4 secondi, per una media di 4,28 parole al secondo (cit. Wikipedia).  Eminem è diventato quindi ufficialmente un Rap God, diventando di fatto un personaggio in grado di dire la propria attraverso il suo stile inconfondibile senza scendere a compromessi. E tra pochi giorni sarà pronto a tornare con un nuovo lavoro in studio intitolato Revival, tornando sulle scene dopo quattro anni di “silenzio”. Ed è proprio il caso di dirlo: Guess who’s back, back again, Shady’s back, tell a friend.

Hank Cignatta

 

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Kingdom e il lato umano delle MMA: storia di un fenomeno compreso da alcuni, ma non da tutti

Un pugno nello stomaco che ti lascia a terra senza fiato. E non è una frase fatta, dettata dall’entusiasmo del momento. Finalmente ci sono ancora delle serie in grado di trasmettere un uragano di sensazioni contrastanti tra loro, che di certo non lasciano indifferenti. E’ questo che è in grado di regalare la visione di Kingdom, una delle serie tv più promettenti degli ultimi anni. Creata e trasmessa dall’emittente statunitense Audience Network e Endemol USA, il telefilm in questione narra le vicende dei Kulina, famiglia di lottatori di MMA, le arti marziali miste combattute nella gabbia. Capostipite di questa famiglia è Alvey, pluricampione del mondo che, una volta ritiratosi dal duro e logorante mondo delle MMA, è diventato un allenatore di successo nella sua palestra, la Navy Street di Venice in California. Ad affiancare Alvey nella gestione della palestra c’è Lisa, sua socia in affari nonché fidanzata. La palestra viaggia tra alti e bassi e si affida ai talenti di Jay e Nate, i due figli di Alvey. A rendere ulteriormente delicati i già precari equilibri di questa frantumata realtà ci pensa l’arrivo in città di Ryan Wheeler, ex fidanzato di Lisa nonché talentoso campione che ben presto torna ad allenarsi proprio alla Navy Street. Questa è a grandissime linee la trama di uno dei dark drama più belli e complessi proveniente dagli Stati Uniti. Lasciate da parte serie tv più blasonate o più commercialmente appetibili. Lasciate da parte Netflix e ogni qualsivoglia serie da loro pubblicizzata ai quattro venti. Kingdom è di un livello superiore. E come avviene per tutti i prodotti in grado di lasciare un segno profondo nell’animo di chi lo guarda, questo telefilm non ha goduto e non gode tutt’ora della fama che meriterebbe di avere. Partiamo innanzitutto dal numero di stagioni che compongono questo show. Secondo i produttori e i responsabili di rete che l’hanno prodotta tre stagioni sono state più che sufficienti per spalmare su un totale di quaranta episodi una delle storie più complesse, dark e complicate che il piccolo schermo possa fregiarsi di aver messo in onda. Ad una più attenta analisi forse è il numero perfetto per evitare che una storia possa prendere una deriva decisamente più lontana dalle dinamiche esplosive delle prime battute, concentrando il meglio in poche ma significative stagioni. Basti pensare a molte altre serie, portate avanti per un numero esagerato di anni, che hanno ormai perso ogni qualsivoglia mordente o capacità di incollare lo spettatore al proprio televisore. Perché l’età aurea delle serie tv è ormai terminata. Dopo un periodo iniziale in cui la televisione stava iniziando ad avere la sua rivincita sul cinema, in evidente crisi creativa, ogni anno venivano realizzate dei telefilm in grado di fare il pieno di premi alla serata degli Emmy. E dopo aver realizzato storie su qualsiasi tipo di argomento, dopo aver sviscerato in ogni sua forma ogni sorta di medical drama o sci-fi, era arrivato il momento di accendere il riflettore sul mondo delle arti marziali miste, le cosiddette MMA. Quello delle MMA è un mondo che negli ultimi anni sta vivendo un successo di pubblico strepitoso, specialmente negli Stati Uniti, in cui vede la sua massima espressione nella competizione dell’UFC, i cui incontri sono trasmessi in pay-peer-view riuscendo quasi sempre a fare il pieno di ascolti. Da allora sono nate numerose palestre di queste arti marziali, che si compongono di una solida conoscenza di basi pugilistiche e di lotta a terra, più nello specifico dello studio del Brazilian Jiu Jiutsu (antica forma di arte marziale praticata a terra). Al mondo degli incontri delle MMA il cinema ha dedicato alcuni film che ben presto sono entrati nell’immaginario collettivo della mia generazione, che grazie a queste pellicole ha iniziato a comprendere e poi ad apprezzare questo universo. Per tale ragione non si possono non citare Never Back Down del 2008 e Warrior del 2011, con un Tom Hardy in stato di grazia. E dopo l’approdo nel mondo del cinema, mancava la giusta rappresentazione delle MMA nello sconfinato universo delle serie tv. Tre stagioni quindi. Brevi ma intense, come una tosta sessione di allenamento nella gabbia. Episodio dopo episodio lo spettatore ha tempo ad ambientarsi e ad affezionarsi lentamente alle vicende personali dei protagonisti. Si entra quindi nella vita di Alvey (interpretato da Frank Gallo), nelle pieghe della sua vita complicata fatta di vittorie professionali (come lottatore e allenatore) e di casini personali. Il suo rapporto altalenante con Lisa Prince (Kiele Sanchez), sua fidanzata e soci in affari, è solo uno degli aspetti più incasinati dell’intimità dei personaggi. Altro personaggio dalla psiche fragile e assai complesso è quello di Christina (Joanna Going), tossica ex moglie di Alvey e madre di Jay e Nate. Altro portatore sano di casini è senza ombra di dubbio Ryan Wheeler (Matt Lauria), tornato in città dopo aver scontato una condanna in carcere per aver aggredito suo padre, costringendolo su una sedia a rotelle. I personaggi più introspettivi sono senza dubbio quello di Nate (Nick Jonas), promettente stella della MMA, costretto a vivere segretamente la sua omosessualità all’interno di un ambiente dove il machismo la fa da padrone. Menzione particolare merita il personaggio di Jay Kulina (Jonathan Tucker), in grado di essere un grande combattente, un fratello amorevole e un figlio in grado di fare qualunque cosa per sua madre, a tal punto da aiutarla ad uscire dalla sua dipendenza dall’eroina. E’ il personaggio maggiormente esposto ai cambiamenti emotivi che hanno luogo nel corso della trama del telefilm, in grado di stupire per la sua immensa maturità e la sua fredda capacità di prendere in mano le decisioni, anche in situazioni fottutamente delicate. Non mancano quindi i colpi di scena in Kingdom, sapientemente miscelati all’interno dell’evolversi degli eventi con una tempistica degna di una deflagrazione nucleare. Ogni dettaglio è perfetto e non viene lasciato al caso. Colpisce particolarmente la fotografia, vero e proprio importante elemento narrativo in grado di mescolarsi alla perfezione alla sceneggiatura di ogni singola puntata. Di grande impatto è la scelta da parte degli ideatori del telefilm di inserire elementi in grado di compiacere lo spettatore più attento ai minimi dettagli, come ad esempio gli schizzi di sangue che sporcano la telecamera durante le scene di lotta all’interno della gabbia. Un espediente narrativo preso in prestito ai videogiochi di ultima generazione, che tendono a strizzare sempre di più l’occhio di chi vive l’esperienza in prima persona. Una sorta di moderna e atipica rottura della quarta parete, che coinvolge lo spettatore nell’adrenalina di un match di MMA. Gli elementi per gustare una grande serie tv ci sono tutti. La sensazione è che passerà parecchio tempo prima che Kingdom possa essere trasmesso sugli schermi italiani. E’ ancora inedita e molto probabilmente lo sarà ancora per parecchio tempo. Unica nota positiva è l’utilità effettiva di Internet, che ci permette di poter reperire sia le puntate che i sottotitoli in italiano per poter godere appieno di questa serie tv che non deve mancare ad ogni appassionato di MMA e di storie in grado di scavare nelle pieghe più intime e remote dell’animo umano. Perché Kingdom è proprio questo: la rappresentazione più grezza della paura, del tormento e delle debolezze dell’animo umano. Tutti i personaggi che calcano la scena di questo serial hanno una storia complicata o un personale modo di vivere la vita e di incasinarsela in maniera assai professionale. Ma quello che colpisce tra i tanti pregi di questa serie (in primis l’interpretazione di un cast in grado di entrare immediatamente nel personaggio rappresentato) è la descrizione minuziosa e assai reale dei sacrifici, dei dolori, dell’ascesa e della caduta di persone idolatrate da migliaia di individui che, nell’intimo della propria vita privata, danno libero sfogo alle proprie debolezze facendoci ricordare che siamo semplicemente umani con tutti i casini che ne conseguono. Lasciate quindi che le atmosfere cupe e sincere di Kingdom facciano breccia nello vostra guardia emotiva. Sarà la cosa più dannatamente epica che potrete ricordare per parecchio tempo.

Hank Cignatta

 

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Il giornalismo secondo Bad Literature Inc.®

La verità assoluta è un prodotto molto raro e pericoloso nel contesto del giornalismo professionale.

Hunter S. Thompson

 

 

Essere giornalisti oggigiorno, senza trovare un valido stimolo per iniziare questo tipo di professione, è un’ossimoro. Come dire gamberetto gigante. In una società in cui la tecnologia ha fatto passi da gigante e una notizia è in grado di fare il giro del mondo in un battito di ciglia, l’antico potere dei mass media vacilla e non poco. Con l’avvento dei social network chiunque può scrivere una qualsivoglia cazzata e farla diventare improvvisamente la notizia del giorno. In questo caso sono molti i fattori che entrano in gioco. Primo fra tutti il rapporto tra chi ha il compito di fornire l’informazione e chi, l’informazione, la fruisce. Si fa un gran parlare delle famigerate fake news, in grado di cogliere in fallo anche la redazione del giornale più blasonato del mondo. La verità è che il giornalismo, oggigiorno, è un mondo di lupi. Un’ambiente ostile dove non conta l’amore per il proprio lavoro e il rispetto per i destinatari di tale lavoro, ma soltanto apparire. Più belli degli altri. Più potenti degli altri. Con più ascolti o più tirature degli altri. Beh, cari amici, lasciatemi dire che questi non sono altro che i primi sintomi del canto del cigno di un certo modo di fare giornalismo. Voi come lo chiamereste un modo di fare informazione in cui il corrispondente del giorno, inviato sul luogo della disgrazia del giorno, intervista la vittima del giorno chiedendo come si sente ad aver perso un parente stretto in seguito all’ennesimo ed efferato caso di omicidio della settimana? A me verrebbe soltanto voglia di spegnere il televisore, prendere una pistola e scaricare un intero caricatore contro quell’obsoleta scatola delle menzogne che è la televisione. Poi, con uno stetoscopio intorno al collo, mi premurerei di dichiarare l’ora del decesso del giornalismo. I mass media tradizionali hanno fallito. Sono stati soppiantati da un progresso tecnologico al quale non erano preparati e al quale, nonostante i loro numerosi sforzi, non riusciranno mai a far fronte. I telegiornali prendono le notizie dai profili Facebook della gente comune e delle aziende. E’ un chiaro campanello d’allarme di situazioni già viste in altri contesti (vi ricordate di Blockbuster?).  A tutto questo bel quadro colorato di marrone merda vanno aggiunti almeno altri due elementi. Il primo è un determinato modo di fare informazione, tipicamente italiano, che non lascia il diritto del beneficio del dubbio al fruitore delle notizie. Eh si, una bella fetta di colpa ce l’ha anche il fruitore medio. Nessuna curiosità, nessun desiderio di accertarsi riguardo la veridicità delle fonti. Lo dice la tv, l’ho letto sul giornale. Quindi dev’essere per forza vero. Una pigrizia cognitiva dettata dal dilagare della tecnologia, nell’accezione più negativa del suo significato. Ecco quindi che una qualunque fregnaccia fa il giro del mondo in pochi istanti e le false notizie lasciano il posto a tutto quello che di buono c’è nel mondo dell’informazione, vanificando il duro lavoro di persone che credono fermamente nei valori e nella serietà del proprio mestiere. Il secondo elemento è la quantità che va a discapito della qualità dei contenuti. Noi di Bad Literature Inc.® abbiamo le nostre vite, scandite dalle nostre abitudini e dai nostri impegni. Come tutti. Ma ogni volta che pubblichiamo qualcosa lo facciamo con il cuore, certi che i contenuti che condividiamo con voi possano cercare di farvi riflettere, ridere, spaventare o vomitare. Insomma, siamo certi che i nostri contenuti possano suscitare in voi una qualche reazione. Ma non vi faranno mai di certo restare indifferenti. E questo tipo di presunzione, se vogliamo così definirla, deriva dal fatto di pubblicare contenuti di qualità in grado di parlare direttamente a chi sta leggendo i nostri pezzi. Non pubblichiamo con cadenza quotidiana. Un po’ perché le nostre routine quotidiane ci impegnano non poco e un po’ perché tendiamo a scrivere quando abbiamo realmente qualcosa da dire e da condividere con voi. Preferiamo piuttosto non pubblicare nulla per una settimana e avere qualcosa di interessante da dire subito dopo, piuttosto che scrivere assiduamente ogni giorno senza trasmettere a voi lettori qualcosa in grado di scatenarvi una qualsivoglia emozione. Il mestiere di chi fa informazione non è facile quindi. Ma è ancora più difficile quando la propria barca è costretta a navigare in un oceano color ocra e dall’odore nauseabondo. Facciamo il nostro lavoro tenendo fede alla professionalità che dovrebbe contraddistinguere chiunque fa il nostro mestiere, tenendo a mente il rispetto per voi che ci leggete. A voi è destinato il frutto del nostro lavoro, del nostro tempo e della nostra dedizione. Se non vi rispettassimo in quanto lettori, non meriteremmo di esistere. Ma noi ci siamo. Siamo la voce di un certo tipo di giornalismo ancora ancorato al piacere di fare informazione e di deliziare il suo pubblico. Siamo il figlio ribelle al pranzo di natale della tipica famiglia benpensante. Abbiamo il brutto vizio di indurre la gente a formarsi un opinione e spingerli in qualche modo a ragionare con la propria testa. Siamo il vaffanculo scritto in stampatello nel saggio breve di italiano. Siamo la tentazione per la quale vale la pena vivere la vita. In un mondo in cui il perbenismo di facciata tende a mettere un filtro alle emozioni, vogliamo poter essere ancora in grado di poter dire la nostra. Per voi e per tutti. In remissione dei peccati di un giornalismo figlio di una società che vorrebbe ma non può, che ostenta ma che non è. Noi ci togliamo la maschera e ci mettiamo la faccia. E non importa se la nostra bruttezza ci meriterebbe di farci lavorare part time nei campi come spaventa passeri. E’ vero. E’ Gonzo. E’ giornalismo, bellezza.

Hank Cignatta

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L’apatia sabauda di Nevrotic Town: disastrosa dichiarazione d’amore di uno scribacchino alla sua grigia città

Chi segue da un po’ i miei deliri redazionali saprà che dietro il nome di Nevrotic Town si nasconde la mia città natale, Torino. Una città dalla bellezza unica, una raffinata bomboniera all’interno di un Paese che vive si di bellezze architettoniche e culturali, ma che in fin dei conti non sa assolutamente che farsene. E in questo Paese dove tutto cade a pezzi e i suoi abitanti sono lontani anni luce dalla tanto decantata unificazione Garibaldina, Torino (o Nevrotic Town se preferite) rimane una piacevole eccezione nelle giungle urbane del Belpaese. Torino affascina per la sua fine raffinatezza, per la bellezza delle sue piazze e per l’eleganza delle sue strade. Una città che ha faticato tanto per togliersi di dosso la nomea di città industriale e capitale della Fiat. Il mondo ha scoperto ed apprezzato la bellezza di questa piccola, grande città (prima capitale d’Italia) in occasione delle Olimpiadi invernali del 2006. Tutti i riflettori del mondo puntati su una città che fino all’altro ieri ha tenuto sempre nascoste le sue virtù. Per un certo periodo è stata al centro di molte iniziative e di progetti con i quali si sperava potesse avere il suo giusto posto nel crocevia internazionale. Ma poi tutto è finito nel dimenticatoio. Un po’ è anche da attribuire all’innata capacità di noi torinesi di non essere in grado di tenerci le nostre eccellenze. Nel frattempo tutto cambia ad una velocità vertiginosa, la tecnologia cambia e avanza facendo passi da gigante. Tutto si trasforma. Tranne Nevrotic Town. L’aria è sempre la stessa, irrespirabile a tal punto da costringere a continui blocchi del traffico che l’unico effetto che sortiscono è quello di creare poderosi travasi di bile nelle persone che si spostano per lavoro. L’orologio biologico della città è fermo a quel 2006 in cui è stata la protagonista assoluta. Ma da allora sono cambiate tante, troppe cose. E non sempre in meglio, anzi. Ma d’altronde questa è una città che viaggia ad una doppia velocità. Da una parte c’è la metropoli che ogni giorno si alza alle prime luci dell’alba, con i suoi rituali e i suoi ritmi. E poi c’è l’altra faccia, il rovescio della medaglia di quello che vorrebbe essere ma che non potrà mai diventare. Velleità tante, occasioni poche, nessuna concretezza. E l’incertezza generale dilaga. Per carità, si vive decisamente meglio che a Milano o a Roma. Ma se si vuole qualcosa di più bisogna necessariamente andare altrove. Manca quella scossa vitale in grado di renderla una città competitiva a livello commerciale. La conferma è che sta diventando sempre più meta turistica. Ma anche questa, da parte dei turisti, è un tipo di curiosità fine a sé stessa. Una volta visitata la Mole, il Museo Egizio e tutte le eccellenze che questa graziosa città ha da offrire, il gioco è finito. Si ritorna alla vita di tutti i giorni, ai paesi di origine, con la certezza di portare nel cuore una città molto graziosa ed esteticamente sublime. Ma che rimane tale, senza che si possa fare qualcosa di concreto per cambiare questo apatico stato di cose. Tutto viene preso e trapiantato nella vicina Milano, decisamente più cosmopolita. Nevrotico Town resta così alla finestra, a guardare mentre tutto scorre e diventa troppo veloce per far si che anche lei possa essere della partita. Una storia strana, quella di Torino. Una storia di una città piena di vitalità, ingegno, inventiva e voglia di fare. Ma con uno scarso spirito imprenditoriale che non le permette di essere valorizzata come dovrebbe. Ma forse questo è uno degli aspetti che rendono Nevrotic Town unica nel suo genere. Forse è proprio la sua capacità di resistere immutata ai cambiamenti del tempo che la rende così affascinante. E se all’imbrunire il suo cielo si tinge di un rosa che sembra quasi ricoprire di una pudica sensazione l’azzurro di quella volta celeste che all’apparenza non ha niente da chiedere a nessuno se non di essere ammirata come una bella donna avvolta in un sensuale abito di raso, avrete compreso perché ogni torinese ama intimamente la sua città. Sia nel bene che nel male.

Hank Cignatta

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Leggo Letteratura Contemporanea, perché?

Per chi non lo conoscesse, il gruppo Leggo Letteratura Contemporanea è una sorta di ring in cui ogni colpo basso è ammesso e concesso, ma solo se nei limiti lessicali del politicamente corretto. Ne sono stato estromesso, lo ammetto senza colpa né rimorsi d’alcun genere. E in fondo a nessuno gliene fregherà poi qualcosa, e men che meno, ve lo garantisco, al sottoscritto. Ho deciso però di scriverne per un motivo molto semplice, e cioè per esprimere la mia opinione (e qui posso farlo senza paura d’esser censurato in qualche modo!) circa un fenomeno molto antipatico che ho avuto modo di osservare, e finanche analizzare, in alcuni gruppi presenti su Facebook, Leggo Letteratura Contemporanea compreso.

Dovrebbero questi infatti essere gruppi di condivisione e discussione di opinioni, ma finiscono, invero, con l’essere gruppi istituenti un’omologazione di vedute onestamente molto preoccupante. Il punto è questo: se lo zoccolo duro di un gruppo X pensa che un libro o un film o qualunque altra opera d’arte sia intoccabile, il restante 20% che la vede diversamente, statene certi, verrà zittito. E i modi in cui ciò sarà fatto sono moltissimi, e tutti a discrezione di quella che di volta in volta è quella che definirò col termine del lessico politico maggioranza.

Uno di questi modi, ad esempio, molto elementare ma anche molto funzionale, è rappresentato dall’accusare di trollaggio chi ha un’opinione diversa da quella tendenzialmente condivisa dai più, diminuendo in automatico la credibilità dell’incauto opinionista di minoranza. In buona sostanza, la maggioranza può esprimere -giustamente- la propria opinione, mentre chi esprime una visione delle cose “ostinata e contraria” (per dirla col buon Faber), può andarsene direttamente affanculo senza passare dal via. Esempio pratico: esprimo la mia opinione all’interno di un post di discussione su Garcia Marquez, autore che -non fatemene una colpa anche voi- non amo. Bene, sono sicuro che troverò sulla mia strada una serie di soggetti che, dopo avermi additato come troll, se ciò non bastasse a ridurmi al silenzio, comincerebbero a sostenere tutta una serie piuttosto discutibile di tesi circa il mio “valore” di lettore, accerchiandomi in dieci per rendere più valida e “forte” l’opinione di maggioranza (è noto che alla maggioranza piace far valere quantitativamente la propria opinione). Le accuse in cui incorrerei sarebbero quindi che mi esprimo nel modo sbagliato, che i miei giudizi sono avventati, che allora non ho capito un cazzo del libro o dell’autore in questione. In pratica è come se stessero dicendo: la verità l’abbiamo noi, è ovvio, non vedi quanti siamo?

E attenzione al linguaggio, perché la maggioranza può esprimersi come meglio crede, mentre la minoranza dev’essere cauta, perché se no la minaccia di rito è: occhio che se continui così sei fuori dal gruppo. Insomma, come nella storia anche su Fb. Io avrò anche espresso prese di posizioni forti (a livello, perchè no, anche verbale) circa gli autori e le opere di volta in volta in questione, ma non ho mai –e dico mai– detto nulla di personale a chicchessia, se non laddove sia stato provocato. Cosa che invece in molti si arrogano il diritto di fare solo perchè “scudati” dal fatto di essere numericamente superiori nell’esposizione di un’opionione.

Il problema, trasposto su un piano più generale, sta nel fatto che un simile approccio alla discussione -oltre ad essere profondamente irritante per chi deve sorbirsi l’accanimento dei più solo perché ha un’opinione diversa dalla media- non serve a nessuno. Quando ho espresso l’opinione che Marquez non incontra il mio gusto, spiegandone anche in dettaglio il motivo, è immediatamente saltata su una nutrita schiatta di fan accaniti che ha cominciato ad esprimere giudizi presuntamente e velatamente apodittici (per chi sul gruppo legge solo Fabio Volo e i diari di Tiziano Ferro, cerchi la parola sul dizionario) miranti a far passare come assolutamente vera la genialità del Marquez. Ora, cari amici, io ho espresso un parere personale, voi invece parlate di Marquez come di un qualche Dio, o qualcosa del genere. E ciò che è peggio, volete che il vostro punto di vista abbia valore assoluto. La mia è un’opinione e come tale viene esposta, la vostra presunzione di verità. Vogliamo davvero star lì a vedere chi è più democratico a questo punto, tra me e voi? Visto che la parola democrazia sembra piacervi tanto?

Essendo io persona piuttosto onesta, schietta e probabilmente anche un po’ animosa (avrò tanti difetti ma la falsità non mi appartiene), dirò anche che il motivo per cui sono stato estromesso dal gruppo Leggo Letteratura Contemporanea non va in effetti esclusivamente ricercato in una divergenza di opinioni, ma piuttosto nel fatto che ho insultato, augurandogli di prendersi una gonorrea e forse anche qualcosa d’altro, un tale che aveva previamente insultato mezzo gruppo. E lo ammetto, mi ci sono anche un po’ divertito, tale era la caratura grottesca degli insulti. Insomma, mi aspetterei anche un po’ di elasticità su un gruppo dove talvolta escono post su autori che non fanno certo del politically correct il loro marchio d’infam…ops, perdon, di fabbrica. Ma la cosa buffa, in verità, è che la persona in questione era davvero un troll, tanto che risultiamo bannati dal gruppo sia io che lui. Mentre tutti gli altri che hanno preso parte alla frizzantina discussione risultano ancora iscritti al gruppo. E senza per altro aver usato toni meno accesi dei miei.

Ad ogni modo, ho chiesto spiegazioni agli amministratori e ancora non me ne hanno offerte. Attendo fiducioso delucidazioni.

Con affetto.

Nubius

“Ve la meritate, la Littizzetto!”

'Che Tempo Che Fa' - Italian TV Show

Poco da dire, la Littizzetto è davvero divertente, fresca, eclettica. Con quella sottile sua comicità astratta, surreale, quasi english ma anche un po’ yiddish, semplice e al tempo stesso sofisticata al punto da mettere a dura prova anche l’intelligenza del telespettatore più esigente, sa mettere d’accordo tutti. Eh si, Lucianina, con quel tuo grazioso beccuccio immancabilmente pieno di infiniti Walter che ad ogni piè sospinto regalano sorrisi alle solerti italiche massaie, sei indubitabilmente la reginetta della comicità all’italiana!

Col suo compagno di avventure FF, al secolo Fabio Fazio (anche noto come Funny Facoltoso o Fraudolento Fab), la Littizzetto rallegra infatti da anni i dopo cena degli abbonati Rai. Quante serate all’insegna della cultura, del politicamente corretto, dello spasso più sfrenato, del buonumore più squisito! Orietta Berti, Gigi Marzullo e Fabio Volo sono solo alcuni degli altisonanti nomi che ogni domenica allietano il bel salotto televisivo di FF, noto rubacuori della grande famiglia Rai. E nonostante il conduttore genovese si sforzi sempre meno di non fare il tacchino con qualsivoglia mammifero di sesso femminile gli sfili nei pressi del Walter, resta davvero sorprendente assistere di volta in volta all’evoluzione della sua variopinta danza dell’amore.

Ma veniamo a Lucianina, ormai sempre più coccolata da Mamma Rai. Personalmente, l’ho detto, io la adoro, specialmente quando non chiude una frase senza aver sillabato almeno sette volte la parola Walter e dodici la parola Jolanda. FF ammicca, nicchia, è un simpatico, richiama Lucianina all’ordine, è tutto un Lucianina non dire queste cose, su, non dire queste robette scandalose che poi il direttore ci incula, Lucianina, stai buona dai, stai bona Lucianina diobonino. Ma per quanto lui si infervori e genuinamente si impegni nel tentativo di far tacere la comica in fregola…lei prosegue indomita! Che energia, che vitalità, che antagonismo, che sprezzo del pericolo e delle convenzioni sociali! Che anticonformista la Littizzetto! E allora via! Giù di Jolande e Walter e battute sagaci a sfondo sottilmente sessuale, salmodiate con quell’indistinguibile e flautata timbrica vocale (che mi fa venir voglia di liberarmi del mezzo televisivo una volta per tutte!). Guardarla sbracciarsi come un vigile parlando di cazzi e fiche è la sintesi della goduria, l’apoteosi della libidine. Sdogana battute su Rocco Siffredi per mezzora di fila, insulta il pubblico con frivolo garbo, riprende Fazio manco fosse un anacefalo…sono sincero, mi dispiace persino un po’ che Nino Frassica -presenza fissa al Tavolone di FF- non riesca ad eguagliare in estro artistico la bella piemontesina. Si vede che la patisce, poverino, e anche la sua comicità, un tempo così vivace, ne risente. Mi dolgo poi, in tutta sincerità, anche per il piccolo Fabio Volo: ho l’impressione che non riesca ad esprimere al meglio la propria esimia vacuità, così attorniato da cotante personalità di spicco…

Dio, quanta bella gente è passata da FF e Lucianina! Orietta Berti è davvero una sagoma! Ma guardatela, guardatela come baccaglia con Scamarciolo che presenta il suo ennesimo filmetto all’affezionato pubblico di Raiuno! Ottant’anni per gamba e non sentirli, Romagna mia! Romagna in fiore! Ma guardate, guardate! C’è anche la d’Avena questa sera, presenta la sua ultima fatica discografica!! Remix’n roll Techno Puffi Sukadance! E perbacco, eccolo lì Fabio Volo! Ma com’è contento! Guardatelo come se la ride e batte le mani! Applaude come una foca, quel Fabio Volo della malora, e butta là anche qualche verso, di quando in quando, iiiiiiiii iiiiiiiii, stupendo, iiiiii iiiiiiiii!! Ogni tanto dice una stronzata, ed è davvero un peccato che in tale frangente debba smettere di battere le mani e focheggiare. E tu , Salemme, non fare il coglionazzo, su, che è una bella trasmissioncina questa, non rovinarla con la tua cafonaggine napuletana!! Al trentanovesimo coglionazzo persino Fantozzi si incazzò, ma tu, Salemme, ehhhhh, come sai incassare tu, Vincè….tutti, tutti alla corte di FF…..viva la Rai, Vincè, viva la Rai! Prega Mamma Rai che non ci lasci mai, Vincè, pregala anche tu! Mamma Rai, non ci lasciare mai! Mamma Rai, non ci tradire mai! Solo grazie alle tue tavolate ricche di vip posso essere messo a parte di molti importantissimi segreti…. Sapevate, ad esempio, che la d’Avena dorme senza spegnere la luce perché ha paura del buio….? E Agnelli, Agnelli… Agnelli ha ancora paura del buio?