L’apatia sabauda di Nevrotic Town: disastrosa dichiarazione d’amore di uno scribacchino alla sua grigia città

Chi segue da un po’ i miei deliri redazionali saprà che dietro il nome di Nevrotic Town si nasconde la mia città natale, Torino. Una città dalla bellezza unica, una raffinata bomboniera all’interno di un Paese che vive si di bellezze architettoniche e culturali, ma che in fin dei conti non sa assolutamente che farsene. E in questo Paese dove tutto cade a pezzi e i suoi abitanti sono lontani anni luce dalla tanto decantata unificazione Garibaldina, Torino (o Nevrotic Town se preferite) rimane una piacevole eccezione nelle giungle urbane del Belpaese. Torino affascina per la sua fine raffinatezza, per la bellezza delle sue piazze e per l’eleganza delle sue strade. Una città che ha faticato tanto per togliersi di dosso la nomea di città industriale e capitale della Fiat. Il mondo ha scoperto ed apprezzato la bellezza di questa piccola, grande città (prima capitale d’Italia) in occasione delle Olimpiadi invernali del 2006. Tutti i riflettori del mondo puntati su una città che fino all’altro ieri ha tenuto sempre nascoste le sue virtù. Per un certo periodo è stata al centro di molte iniziative e di progetti con i quali si sperava potesse avere il suo giusto posto nel crocevia internazionale. Ma poi tutto è finito nel dimenticatoio. Un po’ è anche da attribuire all’innata capacità di noi torinesi di non essere in grado di tenerci le nostre eccellenze. Nel frattempo tutto cambia ad una velocità vertiginosa, la tecnologia cambia e avanza facendo passi da gigante. Tutto si trasforma. Tranne Nevrotic Town. L’aria è sempre la stessa, irrespirabile a tal punto da costringere a continui blocchi del traffico che l’unico effetto che sortiscono è quello di creare poderosi travasi di bile nelle persone che si spostano per lavoro. L’orologio biologico della città è fermo a quel 2006 in cui è stata la protagonista assoluta. Ma da allora sono cambiate tante, troppe cose. E non sempre in meglio, anzi. Ma d’altronde questa è una città che viaggia ad una doppia velocità. Da una parte c’è la metropoli che ogni giorno si alza alle prime luci dell’alba, con i suoi rituali e i suoi ritmi. E poi c’è l’altra faccia, il rovescio della medaglia di quello che vorrebbe essere ma che non potrà mai diventare. Velleità tante, occasioni poche, nessuna concretezza. E l’incertezza generale dilaga. Per carità, si vive decisamente meglio che a Milano o a Roma. Ma se si vuole qualcosa di più bisogna necessariamente andare altrove. Manca quella scossa vitale in grado di renderla una città competitiva a livello commerciale. La conferma è che sta diventando sempre più meta turistica. Ma anche questa, da parte dei turisti, è un tipo di curiosità fine a sé stessa. Una volta visitata la Mole, il Museo Egizio e tutte le eccellenze che questa graziosa città ha da offrire, il gioco è finito. Si ritorna alla vita di tutti i giorni, ai paesi di origine, con la certezza di portare nel cuore una città molto graziosa ed esteticamente sublime. Ma che rimane tale, senza che si possa fare qualcosa di concreto per cambiare questo apatico stato di cose. Tutto viene preso e trapiantato nella vicina Milano, decisamente più cosmopolita. Nevrotico Town resta così alla finestra, a guardare mentre tutto scorre e diventa troppo veloce per far si che anche lei possa essere della partita. Una storia strana, quella di Torino. Una storia di una città piena di vitalità, ingegno, inventiva e voglia di fare. Ma con uno scarso spirito imprenditoriale che non le permette di essere valorizzata come dovrebbe. Ma forse questo è uno degli aspetti che rendono Nevrotic Town unica nel suo genere. Forse è proprio la sua capacità di resistere immutata ai cambiamenti del tempo che la rende così affascinante. E se all’imbrunire il suo cielo si tinge di un rosa che sembra quasi ricoprire di una pudica sensazione l’azzurro di quella volta celeste che all’apparenza non ha niente da chiedere a nessuno se non di essere ammirata come una bella donna avvolta in un sensuale abito di raso, avrete compreso perché ogni torinese ama intimamente la sua città. Sia nel bene che nel male.

Hank Cignatta

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Leggo Letteratura Contemporanea, perché?

Per chi non lo conoscesse, il gruppo Leggo Letteratura Contemporanea è una sorta di ring in cui ogni colpo basso è ammesso e concesso, ma solo se nei limiti lessicali del politicamente corretto. Ne sono stato estromesso, lo ammetto senza colpa né rimorsi d’alcun genere. E in fondo a nessuno gliene fregherà poi qualcosa, e men che meno, ve lo garantisco, al sottoscritto. Ho deciso però di scriverne per un motivo molto semplice, e cioè per esprimere la mia opinione (e qui posso farlo senza paura d’esser censurato in qualche modo!) circa un fenomeno molto antipatico che ho avuto modo di osservare, e finanche analizzare, in alcuni gruppi presenti su Facebook, Leggo Letteratura Contemporanea compreso.

Dovrebbero questi infatti essere gruppi di condivisione e discussione di opinioni, ma finiscono, invero, con l’essere gruppi istituenti un’omologazione di vedute onestamente molto preoccupante. Il punto è questo: se lo zoccolo duro di un gruppo X pensa che un libro o un film o qualunque altra opera d’arte sia intoccabile, il restante 20% che la vede diversamente, statene certi, verrà zittito. E i modi in cui ciò sarà fatto sono moltissimi, e tutti a discrezione di quella che di volta in volta è quella che definirò col termine del lessico politico maggioranza.

Uno di questi modi, ad esempio, molto elementare ma anche molto funzionale, è rappresentato dall’accusare di trollaggio chi ha un’opinione diversa da quella tendenzialmente condivisa dai più, diminuendo in automatico la credibilità dell’incauto opinionista di minoranza. In buona sostanza, la maggioranza può esprimere -giustamente- la propria opinione, mentre chi esprime una visione delle cose “ostinata e contraria” (per dirla col buon Faber), può andarsene direttamente affanculo senza passare dal via. Esempio pratico: esprimo la mia opinione all’interno di un post di discussione su Garcia Marquez, autore che -non fatemene una colpa anche voi- non amo. Bene, sono sicuro che troverò sulla mia strada una serie di soggetti che, dopo avermi additato come troll, se ciò non bastasse a ridurmi al silenzio, comincerebbero a sostenere tutta una serie piuttosto discutibile di tesi circa il mio “valore” di lettore, accerchiandomi in dieci per rendere più valida e “forte” l’opinione di maggioranza (è noto che alla maggioranza piace far valere quantitativamente la propria opinione). Le accuse in cui incorrerei sarebbero quindi che mi esprimo nel modo sbagliato, che i miei giudizi sono avventati, che allora non ho capito un cazzo del libro o dell’autore in questione. In pratica è come se stessero dicendo: la verità l’abbiamo noi, è ovvio, non vedi quanti siamo?

E attenzione al linguaggio, perché la maggioranza può esprimersi come meglio crede, mentre la minoranza dev’essere cauta, perché se no la minaccia di rito è: occhio che se continui così sei fuori dal gruppo. Insomma, come nella storia anche su Fb. Io avrò anche espresso prese di posizioni forti (a livello, perchè no, anche verbale) circa gli autori e le opere di volta in volta in questione, ma non ho mai –e dico mai– detto nulla di personale a chicchessia, se non laddove sia stato provocato. Cosa che invece in molti si arrogano il diritto di fare solo perchè “scudati” dal fatto di essere numericamente superiori nell’esposizione di un’opionione.

Il problema, trasposto su un piano più generale, sta nel fatto che un simile approccio alla discussione -oltre ad essere profondamente irritante per chi deve sorbirsi l’accanimento dei più solo perché ha un’opinione diversa dalla media- non serve a nessuno. Quando ho espresso l’opinione che Marquez non incontra il mio gusto, spiegandone anche in dettaglio il motivo, è immediatamente saltata su una nutrita schiatta di fan accaniti che ha cominciato ad esprimere giudizi presuntamente e velatamente apodittici (per chi sul gruppo legge solo Fabio Volo e i diari di Tiziano Ferro, cerchi la parola sul dizionario) miranti a far passare come assolutamente vera la genialità del Marquez. Ora, cari amici, io ho espresso un parere personale, voi invece parlate di Marquez come di un qualche Dio, o qualcosa del genere. E ciò che è peggio, volete che il vostro punto di vista abbia valore assoluto. La mia è un’opinione e come tale viene esposta, la vostra presunzione di verità. Vogliamo davvero star lì a vedere chi è più democratico a questo punto, tra me e voi? Visto che la parola democrazia sembra piacervi tanto?

Essendo io persona piuttosto onesta, schietta e probabilmente anche un po’ animosa (avrò tanti difetti ma la falsità non mi appartiene), dirò anche che il motivo per cui sono stato estromesso dal gruppo Leggo Letteratura Contemporanea non va in effetti esclusivamente ricercato in una divergenza di opinioni, ma piuttosto nel fatto che ho insultato, augurandogli di prendersi una gonorrea e forse anche qualcosa d’altro, un tale che aveva previamente insultato mezzo gruppo. E lo ammetto, mi ci sono anche un po’ divertito, tale era la caratura grottesca degli insulti. Insomma, mi aspetterei anche un po’ di elasticità su un gruppo dove talvolta escono post su autori che non fanno certo del politically correct il loro marchio d’infam…ops, perdon, di fabbrica. Ma la cosa buffa, in verità, è che la persona in questione era davvero un troll, tanto che risultiamo bannati dal gruppo sia io che lui. Mentre tutti gli altri che hanno preso parte alla frizzantina discussione risultano ancora iscritti al gruppo. E senza per altro aver usato toni meno accesi dei miei.

Ad ogni modo, ho chiesto spiegazioni agli amministratori e ancora non me ne hanno offerte. Attendo fiducioso delucidazioni.

Con affetto.

Nubius

“Ve la meritate, la Littizzetto!”

'Che Tempo Che Fa' - Italian TV Show

Poco da dire, la Littizzetto è davvero divertente, fresca, eclettica. Con quella sottile sua comicità astratta, surreale, quasi english ma anche un po’ yiddish, semplice e al tempo stesso sofisticata al punto da mettere a dura prova anche l’intelligenza del telespettatore più esigente, sa mettere d’accordo tutti. Eh si, Lucianina, con quel tuo grazioso beccuccio immancabilmente pieno di infiniti Walter che ad ogni piè sospinto regalano sorrisi alle solerti italiche massaie, sei indubitabilmente la reginetta della comicità all’italiana!

Col suo compagno di avventure FF, al secolo Fabio Fazio (anche noto come Funny Facoltoso o Fraudolento Fab), la Littizzetto rallegra infatti da anni i dopo cena degli abbonati Rai. Quante serate all’insegna della cultura, del politicamente corretto, dello spasso più sfrenato, del buonumore più squisito! Orietta Berti, Gigi Marzullo e Fabio Volo sono solo alcuni degli altisonanti nomi che ogni domenica allietano il bel salotto televisivo di FF, noto rubacuori della grande famiglia Rai. E nonostante il conduttore genovese si sforzi sempre meno di non fare il tacchino con qualsivoglia mammifero di sesso femminile gli sfili nei pressi del Walter, resta davvero sorprendente assistere di volta in volta all’evoluzione della sua variopinta danza dell’amore.

Ma veniamo a Lucianina, ormai sempre più coccolata da Mamma Rai. Personalmente, l’ho detto, io la adoro, specialmente quando non chiude una frase senza aver sillabato almeno sette volte la parola Walter e dodici la parola Jolanda. FF ammicca, nicchia, è un simpatico, richiama Lucianina all’ordine, è tutto un Lucianina non dire queste cose, su, non dire queste robette scandalose che poi il direttore ci incula, Lucianina, stai buona dai, stai bona Lucianina diobonino. Ma per quanto lui si infervori e genuinamente si impegni nel tentativo di far tacere la comica in fregola…lei prosegue indomita! Che energia, che vitalità, che antagonismo, che sprezzo del pericolo e delle convenzioni sociali! Che anticonformista la Littizzetto! E allora via! Giù di Jolande e Walter e battute sagaci a sfondo sottilmente sessuale, salmodiate con quell’indistinguibile e flautata timbrica vocale (che mi fa venir voglia di liberarmi del mezzo televisivo una volta per tutte!). Guardarla sbracciarsi come un vigile parlando di cazzi e fiche è la sintesi della goduria, l’apoteosi della libidine. Sdogana battute su Rocco Siffredi per mezzora di fila, insulta il pubblico con frivolo garbo, riprende Fazio manco fosse un anacefalo…sono sincero, mi dispiace persino un po’ che Nino Frassica -presenza fissa al Tavolone di FF- non riesca ad eguagliare in estro artistico la bella piemontesina. Si vede che la patisce, poverino, e anche la sua comicità, un tempo così vivace, ne risente. Mi dolgo poi, in tutta sincerità, anche per il piccolo Fabio Volo: ho l’impressione che non riesca ad esprimere al meglio la propria esimia vacuità, così attorniato da cotante personalità di spicco…

Dio, quanta bella gente è passata da FF e Lucianina! Orietta Berti è davvero una sagoma! Ma guardatela, guardatela come baccaglia con Scamarciolo che presenta il suo ennesimo filmetto all’affezionato pubblico di Raiuno! Ottant’anni per gamba e non sentirli, Romagna mia! Romagna in fiore! Ma guardate, guardate! C’è anche la d’Avena questa sera, presenta la sua ultima fatica discografica!! Remix’n roll Techno Puffi Sukadance! E perbacco, eccolo lì Fabio Volo! Ma com’è contento! Guardatelo come se la ride e batte le mani! Applaude come una foca, quel Fabio Volo della malora, e butta là anche qualche verso, di quando in quando, iiiiiiiii iiiiiiiii, stupendo, iiiiii iiiiiiiii!! Ogni tanto dice una stronzata, ed è davvero un peccato che in tale frangente debba smettere di battere le mani e focheggiare. E tu , Salemme, non fare il coglionazzo, su, che è una bella trasmissioncina questa, non rovinarla con la tua cafonaggine napuletana!! Al trentanovesimo coglionazzo persino Fantozzi si incazzò, ma tu, Salemme, ehhhhh, come sai incassare tu, Vincè….tutti, tutti alla corte di FF…..viva la Rai, Vincè, viva la Rai! Prega Mamma Rai che non ci lasci mai, Vincè, pregala anche tu! Mamma Rai, non ci lasciare mai! Mamma Rai, non ci tradire mai! Solo grazie alle tue tavolate ricche di vip posso essere messo a parte di molti importantissimi segreti…. Sapevate, ad esempio, che la d’Avena dorme senza spegnere la luce perché ha paura del buio….? E Agnelli, Agnelli… Agnelli ha ancora paura del buio?

Hollywood brucia, prendete i popcorn.

“Hollywood brucia”, recita l’insegna del Chinese Theatre, uno dei cinema simbolo della Mecca del cinema. La locandina immortala una mano maschile intenta a palpeggiare poderosamente una soda natica femminile. Il cast? Stellare: Kevin Spacey, Anthony Rapp, Asia Argento, Paz de la Huerta, Julianna Marguiles, Steven Seagal, Rose McGowan, Dustin Hoffman, Anna Graham Hunter, Gwyneth Paltrow, Angelina Jolie e Miriana Trevisan. Regia di Giuseppe Tornatore e Harvey Weinstein come produttore esecutivo. No, non sono impazzito, sebbene ogni traccia di sanità mentale abbia da tempo abbandonato la mia persona. Questo è come apparirebbe lo scandalo Weinstein se fosse  uno dei tanti film dell’industria dei sogni. Sarebbe senza ombra di dubbio un grande successo al botteghino. Invece è la triste realtà che, giorno dopo giorno, si aggiorna con i nomi di personaggi principali, comparse e dettagli che non lasciano possibilità di difesa da parte di uno dei produttori più potenti e chiacchierati di Hollywood. Il caso Weinstein ha aperto una serie di vasi di Pandora che si sono schiusi andando a creare dei fenomeni mediatici che, il più delle volte, lasciano basiti per la fama delle vittime e dei carnefici. Vittime senza ombra di dubbio ormai famose, ma completamente sconosciute all’epoca dei fatti. Si parla di episodi di violenza avvenuti quasi vent’anni fa, quando la maggior parte delle vittime che adesso accusano Weinstein di essere il grande orco dell’industria di cellulosa non avevano raggiunto il successo che le ha consegnate alla ribalta internazionale. Per carità, lungi da questa sede e da questo articolo l’intenzione di banalizzare o minimizzare chi è stato vittima di violenza, sessuale o meno. Senza ombra di dubbio si tratta di esperienze che segnano a lungo l’animo di chi ha la sfortuna di esserne vittima, andando a creare un peso interiore di non poco peso. Il concetto sul quale non riescono a ragionare i benpensanti e gli esperti tuttologi dei tempi moderni è la tempistica con la quale le vittime di questi abusi e molestie sessuali decidono di denunciare un sistema di cui è da ipocriti credere che non si conoscessero le regole. Certo, stiamo parlando di un potente produttore cinematografico, in grado di decidere della carriera di questa o quell’attrice in base al tipo di risposta ricevuta in seguito alle sue avances. Ma stiamo anche parlando innanzitutto di esseri umani (più dettagliatamente donne, genere decisamente più meritevole di ogni qualsivoglia forma di rispetto), in grado di comprendere benissimo le conseguenze di una situazione del genere. Ad oggi, a fatti avvenuti, le autorità americane invitano caldamente a denunciare tali episodi. Effettivamente ogni giorno vengono a galla situazioni di presunte molestie sessuali perpetrate da nomi illustri di Hollywood. Ma perché vengono denunciati oggi, dopo che le vittime hanno avuto modo di interpretare ruoli che le hanno consacrate alla fama internazionale nei film prodotti proprio dai loro carnefici? E’ un sistema perverso, fatto di regole con le quali bisogna per forza scendere a compromessi. E’ molto più conveniente crearsi una carriera e tacere per vent’anni piuttosto che cercare di fermare per tempo una situazione che, nel corso del tempo, è diventata una prassi per una buona parte di attrici che volevano raggiungere il successo internazionale. E quella (pare) piccola percentuale di attrici che sono riuscite ad avere il loro giusto posto tra le stelle di Hollywood senza dover essere costrette a guardare sotto l’accappatoio del regista o del produttore di turno vengono forse da una galassia differente? Qualcuno dirà che si tratta di un tipo di ambiente maschilista, dove non c’è alcun rispetto per la donna. Ma chi si decide a denunciare ora, cavalcando l’onda del caso mediatico del momento, hanno forse avuto rispetto per sé stesse come donne e come attrici? La vita è fatta di scelte, buone o cattive che siano, che portano a delle conseguenze. Il re dei produttori ora è stato detronizzato, deposto e ormai fuori dai giochi. Sta pagando per ciò che ha fatto. Ma salire all’ultimo minuto sul carro dei vincitori è una delle cose più facili che si possa fare nello stato attuale delle cose. Opinione personale e in quanto tale condivisibile o meno. Intanto Hollywood continua a bruciare e il puzzo della celluloide che va a fuoco inizia a rendere l’aria decisamente irrespirabile.

Hank Cignatta

 

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Cosa direbbe Lester Bangs di Manuel Agnelli?

Jim Morrison era un po’ stronzo, parola di Lester Bangs. D’altronde quest’affermazione di quel geniaccio di LB non stupisce, a mio avviso, per almeno tre motivazioni. Non le elencherò tutte e tre, perché gli elenchi sono fatti apposta per non dover approfondire. Mi limiterò alla più importante delle tre: LB era un fottuto satiro provocatore, cosa questa che in qualche modo me lo rende simpatico a prescindere. Un po’ come Giovanni Lindo Ferretti: con qualsivoglia delle sue esternazioni m’incanta e m’incatena. E c’è poco altro da dire e molto poco da fare. Ce ne faremo una ragione se all’intellighenzia sinistrorsa confluita nel renzismo, quell’intellighenzia che un tempo gli allisciava i peli der culo al Ferretti; ce ne faremo una ragione, dicevo, se a questi venduti oggi Giovanni Lindo non è più tanto simpatico. Personalmente continuo a stimarlo e ad apprezzarlo moltissimo, alla maniera di Pina con Ugo, e cioè lo appoggio e lo amo, e per uscire ben fuori dal coro dei soliti -mila pecoroni voglio affermare qui e ora che lo stimo proprio per quella coerenza che i più chiamano incoerenza. E’ facile oggi essere tutti d’accordo su qualcosa, anche nei giri di nicchia, è più difficile uscirne e dire qualcosa di diverso senza essere linciati. Quale sia la linea, va seguita. E Ferretti è coerente con se stesso. A ja ljublju SSSR. E aggiungo che dico ciò con tutta la repulsione che può provocarmi un Giuliano Ferrara, e chi ha orecchie per intendere intenda. Ma questo non è un articolo su Ferretti. E nemmeno su Ferrara.

In un orizzonte in cui l’uniformità di pensiero e di gusto dilaga dirigendo l’orchestrina degli sturbi di massa, di quel gregge che fruisce di quegli stupri perpetrati alla musica dai produttori di dischettini buoni a pulirci il culo al cane di casa, Lester Bangs ci riporta a un modo di fare giornalismo in via d’estinzione. Lester è l’indisciplinato dog di Mark Linkuos, quel dog che piscia sulle candeline della vostra torta di compleanno, cari critici di regime, cari i miei venduti giudici di talent, care le mie Arise fintamente ubriache a X Factor per tirar su due righe di pubblicità . Lester Bangs sputa, non parla, e lo fa con lo stile del lama, senza preavviso ma con molta mira. Dio, Lester Bangs, che sputazzone! E oggi, Dio mio, quanto avrebbe da sputare.

E anche tra i più accademici di voi l’onestà intellettuale di Bangs non può certo passare inosservata, basti pensare a quante volte ha cambiato idea in vita sua, e si sa che solo i cretini e i venduti non la cambiano. Così, rileggendo alcune recensioni del caro vecchio Lester e tutto infervorato, il sottoscritto si domandava in questi giorni cos’avrebbe detto il nostro buon critico americano del Magnifico Agnelli, che una volta compreso che l’indie non andava più di moda, perché oramai lo facevano meglio I Cani degli Afterhours, è sceso a più miti consigli coi giovani d’oggi -quelli su cui ci sputava su, come tutti ricorderete, proprio quelli!- e ha cominciato a frequentare nani e pagliacci, Maionchi e altre creature leggendarie. Il punto è questo, e trattengo una bestemmia nell’esporlo: siamo così ben rincoglioniti che non ci stupiamo più di nulla. Politici che alle tribune televisive fanno bella mostra di sé, insultandosi e maledicendosi per sette generazioni, fotografati gaudenti insieme a pranzi e cene a darsi pacche sulle spalle mettendo bene in mostra le sazie zanne. Musicisti indipendenti a cui di indipendente non resta neanche più il culo, vista la facilità con cui riescono a farsi infilare dagli specchietti per le allodole e dalle trame bieche della giuria sanremese. E’ l’Apocalisse.

Oggi tutto fa arte, anche Agnelli che invece di cavalcare il suo Bucefalo sonoro, avanzando sulla strada che scelse per sè anni fa,  va a ravanar quattrini luccicosi facendo la parte della merda umana a una trasmissione finta come le tette di una trans. Questi sono oggi i modelli degli alternativi d’Italia. Per quante volte abbia cambiato idea Lester Bangs non ha mai venduto il culo.

Ecco perchè lo amo.

Ecco perché amo Ferretti, fedele alla linea.

Ecco perché amo Federico Fiumani.

Ecco perché amo l’umiltà e non le pagliacciate di questi scoppiati senza più ispirazione, che sulla scia di Elio e Morgan non hanno saputo tener fede alle promesse fatte.

E tutto questo senz’offesa per nessuno, ovviamente.

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Cosa è rimasto del Grunge e della Generazione X?

Il bastardo che vi scrive è imprigionato in un mondo tutto suo, fatto di valori in cui il contatto umano valeva ancora qualcosa. Anche un semplice vaffanculo aveva la sua valenza, prima che diventasse una forma di saluto tra individui che neanche si guardano in faccia. La mia mente è un dannatissimo armadio, dove i miei ricordi sono messi sotto naftalina e pronti per essere indossati per evitare di andare nei megastore a due piani in cui vendono artificiose esperienze da raccontare ad annoiati amici durante gli aperitivi. E’ appurato che ormai il rock stia vivendo i suoi ultimi e gloriosi momenti, grazie a gruppi del calibro dei Foo Fighters. Per quanto possano piacere o meno, questi ragazzi sono l’ultimo vero baluardo di un genere musicale oramai allo sbando, non più in grado di emozionare e suscitare interesse verso una generazione che ha sviluppato una sorta di  atteggiamento antidolorifico nei confronti della realtà che la circonda e senza riuscire a dire la loro al riguardo. Si grida, certo. Si va in piazza per protestare, indubbio. Ma una volta scemata l’attenzione, il problema sparisce come polvere sotto il tappeto delle coscienze. Tanto cosa volete che sia, domani il sole sorgerà di nuovo. Arriverà una nuova erezione marmorea da controllare e la giornata inizierà con una copiosa pisciata e un rutto mefistofelico come personalissimo buongiorno a questo mondo di ladri. Una volta invece si usava la musica per cercare di lanciare un messaggio. Per cercare di unire una generazione, che aveva qualcosa da dire in base al malessere del periodo. E il rock è stato uno dei massimi manifesti di questo tipo di sentimento umano. Le idee hanno cambiato il mondo e ci hanno traghettato verso periodi in cui la gente aveva ancora qualcosa da dire. C’è stato un periodo, dall’inizio fino alla prima metà degli anni Novanta, in cui una generazione ha utilizzato la musica per esprimere ad una nazione (e al mondo intero) il suo senso di inadeguatezza in una società che non li capiva. Questi ragazzi erano il risultato di quel benessere economico comparso in seguito alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Un periodo di benessere generale, in cui l’ottimismo era il sentimento più diffuso. L’incremento demografico non è stato altro che una conseguenza di questa situazione di benessere, che ha portato ad un inevitabile ricambio generazionale. Erano i figli di quelle persone che hanno lottato per i grandi cambiamenti avvenuti nel Novecento, come il declino del colonialismo, la caduta del muro di Berlino e la fine della Guerra Fredda. L’aspettativa nei confronti del futuro era molta e si pensava che anche loro potessero fare qualcosa di grandioso, proprio come i loro genitori. Ma una volta diventati dei giovani adulti, vissero una situazione nella quale mancava un’identità sociale ben strutturata e definita, tanto da essere definita come Generazione X. Vennero etichettati come persone apatiche, ciniche, privi di qualsivoglia volti o affetti. La situazione in America, da sempre metronomo dell’andamento delle cose nel mondo libero, non era delle migliori. Specialmente a Seattle, ridente cittadina nello Stato di Washington, c’era un gran fermento nel mondo musicale underground. Un gruppo musicale, capitanato da un ragazzo dai lunghi capelli biondi chiamato Kurt Cobain, stava per imporsi sulla scena nazionale e avrebbe lasciato il segno nella storia del rock degli anni a venire. Il gruppo in questione si chiama Nirvana e allora non li conosceva nessuno se non nel circuito underground dei locali di Seattle. E’ il 1989 quando i Nirvana firmano un contratto con l’etichetta discografica indipendente Sub Pop Records e danno alle stampe il loro primo album, Bleach. Il nome, tradotto letteralmente come candeggina, fa riferimento ad una campagna di prevenzione contro l’AIDS in vigore all’epoca e scoperta da Cobain stesso, dove le autorità sanitarie consigliavano a chi facesse uso di eroina di passare della candeggina sugli aghi delle siringhe prima di adoperarle. L’album presentava delle sonorità che erano diverse rispetto a tutto quanto si era sentito o si stesse sentendo fino ad allora. Era un suono incazzato, ma non era metal (e vi ci si ispirava). Aveva dei testi taglienti e la struttura ritmica dei pezzi non era particolarmente complessa. Le chitarre avevano un suono cupo, le cui distorsioni risuonavano come un grido acuto dove la deflagrazione sonora era sicura come la morte. Con la pubblicazione di Bleach iniziò l’era di quello che venne ribattezzato come Grunge (sporco, sudicio). Ben presto i Nirvana divennero i capostipiti di questo genere e i portavoce di una generazione, fino ad allora senza voce e senza vento. Questo grunge divenne un vero e proprio stile di vita molto diffuso tra i giovani di Seattle, per poi diffondersi via via in tutta l’America e in tutto il mondo. Le ragazze venivano chiamate Riot Grrrl e il termine in questione diede anche vita ad un sottogonne del grunge stesso. I ragazzi si vestivano con camicie di flanella in puro stile boscaiolo e con dei jeans rigorosamente strappati, come forma di ribellione ai canoni imposti dalla società e dall’industria della moda. E chi glielo spiega ai giovani d’oggi, che spendono fior di quattrini per dei pantaloni già strappati o bucati per evitare di essere out? Che tristezza. Insomma, era in atto una vera e propria rivoluzione musicale, culturale e generazionale. I Nirvana erano il gruppo ufficiale di questa rivoluzione, il cui vate era Kurt Cobain e che non si aspettava di avere una responsabilità così grande. E se Bleach aveva segnato la nascita di un genere e permesso alla Generazione X di uscire dal grigio limbo dei propri dubbi circa il proprio futuro, la pubblicazione di Nevermind nel 1991 fu in grado di scattare la perfetta istantanea di quella rivoluzione. Una pietra miliare della musica, in grado di fare da testimonianza negli anni a venire di quel periodo magico che visse il mondo della musica e la città di Seattle. E più l’album aveva successo, più si accese l’interesse nei confronti del Grunge da parte dell’industria musicale e dei media. Mtv, il network musicale per eccellenza seguito dalla Generazione X, divenne uno dei più potenti altoparlanti per la diffusione del genere e dei suoi protagonisti. Una favola stupenda, che durò il tempo della pubblicazione di altri tre album per poi dissolversi nel sordo rumore di un colpo di fucile che nel 1994 mise fine alla vita di Kurt Cobain e a quella del Grunge. Calò quindi il sipario su una generazione definita apatica, non in gradi di ripetere le grandi imprese portate avanti dai loro genitori e che trovarono nella musica l’unica valvola di sfogo sociale che rimane uno delle ultime testimonianze della potenza del rock. Ma cosa rimane di quel periodo? Che cosa rimane oggi del Grunge e della Generazione X in tempi di social network, Internet 2.0, smartphone, connessioni sempre attive e talent show? Di certo i suoni graffianti di chitarre elettriche distorte e arrabbiate accompagnati da testi unici nel loro genere che fanno da colonna sonora a quei pochi liberi pensatori in grado di emozionarsi con qualcosa che non perde il suo valore storico e culturale nel tempo. Merda, sto proprio diventando vecchio.

Hank Cignatta

 

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Il ruolo di Playboy (e di Hugh Hefner) nella cultura occidentale e la fine del (finto) puritanesimo americano: storia del più grande successo editoriale di ogni tempo.

E’ vero. Hugh Hefner è morto lo scorso mese. Ma era doveroso aprire la finestra della stanza delle polemiche e lasciar andare via tutta quell’aria viziata fatta di chiacchiere e cazzate tipiche dell’Italica tradizione. Il 28 settembre Hugh Marston “Hef” Hefner ha terminato la sua vita terrena, vissuta sempre al massimo, consegnando la sua figura alla leggenda. Ha anche lasciato numerose vedove di nero vestite e con le orecchie da conigliette sulla testa a piangere la sua scomparsa. Una vita passata tra diversi capisaldi. Il primo è lo stile, che lo ha contraddistinto fino alla fine. La sua vestaglia di raso bordeaux, da lui indossata per girare attorniato da un esercito di playmate adoranti nella sua Playboy Mansion , è diventata la divisa del Casanova per antonomasia. O per lo meno, del ruolo del dongiovanni del XX secolo. Il secondo ( ma per questo non meno importante, anzi!) è aver vissuto una vita diventata l’emblema della libertà e del libertinismo moderno. Ma Hugh Hefner, oltre alle feste nella sua lussuosa villa, le foto in compagnia di modelle da prima pagina e i numerosi flirt (e matrimoni) con un numero “incalcolabile” di donne, è stato anche altro.  Molti ignorano che prima di tutto ciò Hef è stato un editore, sempre lungimirante, in grado di portare avanti una rivoluzione in un Paese che lottava contro un terribile perbenismo di facciata che cedeva il passo ad un ancor più pericoloso puritanesimo. Dopo aver lavorato per diversi anni nell’editoria statunitense, si rese conto che nel Paese più bello del mondo, dove tutto era possibile purché si avesse un’idea vincente, mancava una rivista rivolta ad un target di lettori maschili. Ma non una semplice rivista con cui massacrare i propri pruriti sessuali adolescenziali, bensì una rivista rivolta ad un target maschile di alto livello. Fu così che Hugh Hefner iniziò a fare quello che sentiva realmente di voler fare. Mandò al diavolo un lavoro ben retribuito presso una rivista per bambini e nel 1953 fondò Playboy, facendo dei grandi sacrifici e innescando quella che sarebbe stata una delle rivoluzioni culturali più importanti della storia americana e del mondo libero. Non sono paroloni sensazionalistici fini a loro stessi. Basti infatti pensare che sulle copertine della sua rivista sono state immortalate le grazie di una giovanissima Marilyn Monroe. Negli anni posare per Playboy non era più un tipo di esperienza di cui vergognarsi, ma bensì il sintomo del raggiungimento di una fama a livello internazionale. Marilyn Monroe, Betty Page, Carmen Elettra, Pamela Anderson, Kim Kardashian e Jenny McCarthy sono solo alcuni dei nomi delle modelle che le copertine e i paginoni centrali di Playboy hanno contribuito ad ottenere una carriera di non poco conto nel mondo dello showbiz. Nel corso degli anni la rivista è diventata ben presto sinonimo di quel'”erotismo pop” in grado di poter essere letto senza alcun tipo di timore anche in pubblico. Il nudo quindi viene sdoganato e diventa una forma d’arte, che va di pari passo con il successo. La fama di Playboy si accresce negli anni a tal punto da decretare la fortuna delle sue modelle negli anni a venire. Ciò che ha reso grande il progetto di Hefner è stato quello di distinguersi dalle altre riviste, allontanando la volgarità e rendendo glamour ciò che fino a qualche anno fa era considerato tabù o, addirittura, fonte di imbarazzo. Ma la rivista di Hef non era solo mostrare le prosperose grazie di modelle che hanno consumato le diottrie di generazioni di lettori. Playboy era anche in grado di alternare servizi per deliziare i bisogni primari dell’uomo contemporaneo a interviste che sono diventate vere e proprie pietre miliari del giornalismo moderno, fra tutte quelle a Fidel Castro e allo scrittore Kurt Vonnegut. Così, mentre si teneva “alto” il tasso di eccitamento del lettore medio, la rivista aveva anche tra i suoi scopi quello di allargare gli orizzonti dei suoi fruitori. Ma non sono mancate le polemiche. Ovviamente Hefner, la sua rivista e il suo stile di vita sono finiti fin da subito nell’occhio del ciclone del movimento femminista. La prima donna a criticare Hefner e i suoi modi di intendere la sua rivoluzione fu la giornalista femminista Gloria Steinem, la quale riuscì ad infiltrarsi come coniglietta sotto copertura presso la catena di locali notturni Playboy Club (di proprietà di Hefner) per poi rilasciare ad una rivista una intervista nella quale spiegava dettagliatamente la sua esperienza. Poche o addirittura inesistenti ore di riposo e vestiti esageratamente stretti per poter mettere in risalto le curve e le grazie delle ragazze. E le critiche arrivarono anche dalla femminista statunitense Susan Brownmiller, la quale non ha mai risparmiato dure critiche ad Hef. In tempi più recenti Holly Madison, una delle tre fidanzate di Hefner dal 2001 al 2008, ha interrotto bruscamente il rapporto con il patron di Playboy e tutto quello che aveva a che fare con quel mondo. Pubblicò poi un controverso libro intitolato Down the rabbit hole, nel quale denunciava quanto fosse brutto vivere nella Playboy Mansion e con il suo fondatore, da lei definito come un vecchio manipolatore in grado di mettere le ragazze l’una contro l’altra solo per dimostrarne la vera lealtà e attaccamento all’anziano patriarca”. Il re quindi è morto, ma non dimenticato. E si può analizzare la figura in ogni modo possibile, considerandolo un modello da seguire o un pericoloso personaggio da evitare la cui dipartita ha messo fine ad un vetusto modo di considerare la donna. Ma credo che si debba essere intellettualmente abbastanza onesti da poter affermare che è stato un personaggio unico nel suo genere, in grado di dare inizio ad una rivoluzione a livello culturale che ha pochissimi eguali nel suo campo di competenza, ovvero quello editoriale. Si rimane quindi orfani di una figura in grado di fare la differenza, che nell’intimità delle sue costosissime lenzuola ha avuto modo di essere giudicato e criticato in ogni modo possibile. Che si sia d’accordo o meno.

Hank Cignatta

 

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Marcio. Parte terza.

Quella mattina avevo un gran sonno, non lo nego. Avevo fatto una gran fatica a tirarmi su dal letto, a radermi, a insaponarmi come si deve sotto la doccia. Il dopo sbornia mi aveva segato le gambe, quella mattina come ogni altra mattina. Di fare colazione non se ne parlava assolutamente. Proprio no.
Mi misi in macchina, accendendo la radio e la prima sigaretta della giornata. Non che ci fosse nulla di interessante in radio, per carità. Mentre mi allontanavo dalla città verso la campagna circostante, i toni incalzanti della musica lasciavano il posto agli schiocchi elettrostatici del silenzio radio. La lasciai comunque accesa.
Mi aveva svegliato la solita telefonata, quella mattina. Niente di sorprendente, anche se speravo di poter rimanere a dormire almeno fino alle nove. Niente da fare, nossignore.
«Codice dodici nel settore tre. È richiesta la sua presenza.»
«Quanti?»
«Due.»
«Cazzo.»
Che palle. Due significava almeno un’ora di lavoro sul campo, prima di dover tornare alla base e sbrigare tutte le maledette scartoffie. Quanto avrei preferito mollare tutto e aprire un negozietto etnico di prodotti ecosostenibili.
Arrivato sul posto, scesi dall’auto e mi feci largo tra la folla raccolta dietro i nastri della polizia. C’era gente che urlava minacce al vento, parlottii sommessi e impauriti, qualcuno che parlava con un tono di voce altissimo ma completamente inespressivo. Dentro doveva esserci qualcosa di tremendo.
Entrai nell’abitazione e la trovai piena di gente in fibrillazione che camminava a grandi falcate da una stanza all’altra. Salivano e scendevano le scale con gli occhi sgranati e pallidi in viso.
«Ce l’hai fatta, eh?». Preferii non risponderle e abbassare gli occhi fino a guardarmi la punta delle scarpe. Questi erano i momenti in cui detestavo avere un partner donna; in altre circostanze, invece, poteva tornare utile. «Devi smetterla.» continuò. Questa paternale andava interrotta immediatamente.
«Di sopra?»
«Di sopra.»
Salii la rampa di scale facendo attenzione a non pestare i piedi di nessuno; seguii la fiumana di persone che andavano e venivano e giunsi fino alla camera da letto.
«Porca puttana.». C’era sangue dappertutto. Sul pavimento, sul letto, sulla specchiera, sugli armadi, sulle finestre e sulle tende, sul soffitto e sul lampadario. Schizzi a medio e alto impatto quasi ovunque. Qualcuno doveva essersi divertito.
Riverso sul pavimento in un lago di sangue c’era il cadavere di un uomo sulla trentina, mingherlino e con pochi capelli. Aveva ferite di arma da taglio su tutto il corpo, dai polpacci sino agli occhi; impossibile contarle per via dell’enorme quantità di sangue che lo ricopriva. Da sotto il letto era strisciata fuori una donna il cui collo era stato trapassato da quella che presumibilmente era l’arma che aveva ucciso anche l’uomo.
Mi si avvicinò il perito ematologo. «Cosa abbiamo?»
«L’assassino entra sfondando la porta chiusa a chiave, si avventa sull’uomo e lo trapassa più e più volte sul torso. Ci sono ferite da difesa sulle mani e sulle braccia. L’assassino getta a terra la vittima e continua ad infierire post mortem, aggredendo innanzitutto il volto e poi tutto il resto del corpo. Infine prende la donna da sotto il letto tirandola per i capelli e la uccide sul colpo nel modo in cui vede.»
«Vedo. A che ora risale il decesso?»
«Probabilmente dalle otto alle dodici ore.»
«Ottimo lavoro. Continuate.»
Mi voltai e con circospezione afferrai la fiaschetta che tenevo per emergenze del genere nella tasca interna del cappotto. La svuotai in un fiato solo e desiderai fortemente poterne svuotare altre dieci, di fiaschette. Ingoiai un conato di vomito e soffiai a labbra strette un rutto acido.
Tornai all’ingresso nel tentativo di prendere una boccata d’aria. «Interroga i vicini. Io torno di sopra.» mi disse lei dandomi una pacca sulla schiena. Grazie a Dio: mille volte meglio parlare con vecchie pazze di periferia che restare di fronte a quel massacro.
Uscii e mi recai verso il capannello di persone trattenute dalla polizia. «Chi ha voglia di parlare con me?» domandai a quella manica di anziani curiosi e annoiati.
«Io lo so chi è stato.» borbottò il vecchietto più basso, grugnendo una serie di bestemmie sboccate.
«E chi è stato, mi dica.»
«Quello lì.» ruggì, indicando la catapecchia in fondo alla strada. Dal capannello si levò un mormorio preoccupato.
«Chi sarebbe quello lì?»
«Ci vada a parlare;» disse, aggiungendo una bestemmia, «ci vada a parlare.».
Ci andai a parlare. Andai da solo, ignorando la regola d’oro di non parlare con nessuno senza la presenza di un collega. In realtà, ero convinto che quella casa fosse disabitata, a giudicare dallo stato indecente in cui versava. Mi aspettavo che il vicinato avesse popolato quelle mura di ogni capro espiatorio.
Arrivai alla porta e premetti sul campanello. Chiaramente qualche meccanismo era rotto da tempo, e non produsse alcun suono. Bussai annoiato, contando fino a dieci in attesa prima di potermene tornare alla casa blu.
«Chi è?». Oh, porca puttana. Il capro espiatorio esisteva per davvero, allora.
«Chi è lei?»
«Da dove vieni?»
«Apra la porta.»
«Sei armato?». Abbassai lo sguardo sulla pistola nella fondina. «No, non sono armato. La prego, apra la porta.»
Ci fu qualche secondo di silenzio prima che dall’interno dell’abitazione provenne la stessa voce ovattata. Tesi le orecchie cercando di ascoltare ciò che stava dicendo. «No, dobbiamo parlare con lui. Socio, potrebbe aiutarci. Va bene.»
La porta venne solamente socchiusa: lo spiraglio era troppo piccolo per poter vedere chiaramente l’individuo all’interno della casa. Senza un mandato, avrei dovuto accontentarmi di una sagoma. Sicuramente si trattava di un uomo enorme.
«Chi sei?»
«Devo farle delle domande. Ha due minuti da dedicarmi?»
«Sbrigati. E’ pericoloso restare lì fuori.». Oh, porca puttana.
«Dove si trovava dodici ore fa?»
«Che razza di domande sono? Ti sembra una cosa importante da chiedere?»
«La prego, risponda alla mia domanda.»
«Eravamo in cerca di cibo.»
«Dove, esattamente?»
«Siamo arrivati fino alla fattoria oltre il ponte.»
«E poi?»
«Siamo tornati indietro.»
«Indietro dove?»
«Alla casa blu.». Oh, porca puttana.
«Cosa ha fatto nella casa blu?»
«Ho ucciso i due che ci abitavano.». Oh. Porca. Puttana.
«Può ripetere?»
«Li ho uccisi. Erano marci.»
Non avevo idea di come comportarmi. Si trattava di una confessione in piena regola e non c’era nessun altro lì ad ascoltarla assieme a me. Se me ne fossi andato, lui sarebbe fuggito per sempre: non potevo lasciarmelo scappare.
«Le spiace lasciarmi entrare? Come ha detto lei, è pericoloso qui fuori.»
L’uomo sbatté violentemente la porta e continuò a parlare con la persona che si trovava nella casa assieme a lui. «Ha ragione, Socio. Non opporti: ho deciso così e così si farà.».
L’uomo spalancò la porta e la prima cosa che notai fu una puzza nauseabonda di carne marcia. Un odore talmente forte che mi causò un violento capogiro e dovetti appoggiarmi allo stipite della porta.
«Entra. Veloce.». Entrai, e non so nemmeno perché. L’uomo mi chiuse la porta alle spalle in un baleno.
La stanza era buia, e si riuscivano solo a distinguere i contorni delle cose. La puzza fetida mi appannava gli occhi con uno strato di lacrime. Non riuscivo a respirare.
«Hai bisogno di mangiare?». Non risposi. Non potevo. Non riuscivo.
«Sì che abbiamo abbastanza cibo anche per lui. Guarda com’è deperito: dobbiamo aiutarlo.»
Tra le lacrime mi sembrò di scorgere un’altra sagoma nel buio. L’uomo mi prese un braccio e se lo mise attorno al collo: la puzza che proveniva dalle sue ascelle era peggio di qualsiasi altra cosa che avessi mai odorato. Trattenni il fiato per innumerevoli secondi, mentre mi aiutava ad attraversare l’atrio e mi faceva accasciare su una poltrona lurida. «Come ti senti?». Mentre aspettava una mia risposta, si mise di fronte all’unico fascio di luce che proveniva dalla finestra coperta da tavole di legno. Era completamente ricoperto di sangue, dalla testa ai piedi. Sangue vecchio, marrone, marcio.
«E’ una pistola, quella?»
«Io, eh, quella, sì. E’ una pistola.»
«Perché mi hai mentito, poco fa?»
Restai in silenzio per qualche secondo, cercando di valutare attentamente le mie parole successive; nonostante l’afa e l’aria soffocante, la mia schiena era sconvolta da violenti brividi e avevo la punta delle dita ghiacciate.
«Non si sa mai. Non volevo scoprire tutte le mie carte. Avresti potuto portarmela via, oppure uccidermi all’istante.»
L’uomo borbottò qualcosa a mezza voce, masticando ogni lettera, rendendo impossibile capire cosa stesse dicendo. Il suo tono di voce pareva soddisfatto e compiaciuto, tuttavia. Riempì a fondo i polmoni e si grattò la sommità della testa.
«Sei stato fortunato a trovarci, sai? Possiamo aiutarti. E tu poi aiutare noi. Ci aiuteremo a vicenda.»
Boccheggiavo. Lentamente le mie narici si stavano abituando a quel fetore. «Aiutarci? Per cosa?»
«Sei stupido? Non lo vedi cos’è là fuori?»
«Cos’è cosa?»
«Cosa? Il mondo. E’ distrutto.». A cosa si riferiva, di preciso? La società, il capitalismo, la democrazia, il cristianesimo.
«Cosa?»
«E’ arrivata la fine del mondo. L’apocalisse è là fuori.». Restò in silenzio per qualche secondo, fissando un punto imprecisato nel vuoto. Lo guardava come se ci fosse qualcosa da vedere.
«Socio, sì, hai ragione. Non c’è bisogno di esprimersi con questa violenza, però.»
«Chi è Socio?»
«E’ il mio trovatello.» disse con un tono amorevole, indicando quello stesso punto nel vuoto. «Mi ha aiutato ad andare avanti in questi mesi. A trovare del cibo per sopravvivere alla fine del mondo.»
«Non c’è nessuna fine del mondo, là fuori.». L’uomo scoppiò in una fragorosa risata, sinceramente divertita.
«Chiamala come ti pare. Io so solo che sono quasi tutti morti. E anche i vivi, quelli che sono marci dentro, devono morire come tutti gli altri.»
Non riuscivo a dire nulla, non riuscivo a proferire alcuna parola. Ero allibito, atterrito, terrorizzato. Ero da solo in una situazione del genere. Cazzo.
«Ho ucciso i due nella casa blu perché erano marci. Io e Socio li abbiamo salvati. Ora ci aiuteremo. Ti aiuterò.»
Porca puttana. Porca puttana. Porca puttana.
Il cuore mi batteva all’impazzata nella gola, nelle orecchie, negli occhi. Mi alzai a fatica e cercai di trascinarmi verso la porta d’ingresso, ma l’uomo mi si parò davanti, bloccandomi la strada. «Dove pensi di andare? Lì fuori si muore. Tu resterai qui con noi. Noi ti terremo al sicuro. Faremo in modo che tu non marcisca dentro.».

Non so quanto tempo è passato dal quel giorno.

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Questa è la nostra Italietta, e così ce la teniamo.

Questa è la nostra Italietta

e così ce la teniamo,

ci piacciono i gerani, moltissimo, ne adorniamo i balconcini graziosi sul Po sul Tevere sull’Arno,

i funerali dei treni morti di sonno, anche loro rivestiamo di gerani, giulivi,

i treni che non muoiono mai davvero ma che arrancano, sempre in ritardo, come certe donne che ci tengono a farti aspettare per stipulare un patto con la tua pazienza..

se sa aspettarmi due ore saprà aspettare anche nove mesi..forse.

Come certi uomini che nei ritardi

celano scuse insidiose

con sempre meno costole da mostrare.

 

Ma evviva i gerani cazzo!

Siamo così cari nel prendercene cura.

 

Cara, i bimbi sono a letto?

Ci sono le fanciulle in tele, le veline le snobbine le cinquestelline le sanpatrignanine col randello e la Bibbia Glamour e Compassionevole di Sant’Ipocrito.

Il Paradiso è anche vostro , vi assicurano, cari tossici. E si paga in contanti, tranquilli.

Le intervistate le stronze-nate le signorine dei Poteri Forti, daje Fede Emijo daje, basilisco immondo che altro non sei

con la tua lingua biforca, re dei farisei! Alla forca, alla forca, gridava il popolo di Parigi, ma tu non c’eri, eri con gli amici…ahhhhh gli amici…..

 

Dioooooo i Bunga Bunga che rimpatriata, che meraviglia, quasi mi fanno nostalgia questi servizi revival al TGMinchia, fix selected issues non si può, ormai ce lo sukiamo fino alla morte il bunga bunga, ritornante, di quando in quando, nei nostri occhi di poveri squattrinati con sogni a carico e figli ancora da venire…

Pannella è morto?

La Bonino vive?

Totti è deceduto?

Si riproduce ancora il numero 10?

Figlia ancora?

Giletti s’è fatto un lifting?

Bellissimo Max.

Prandelli Sacchi Ozpetecchio Sorrentino e Servillo che ci spiegano Roma, perché Roma dopo Fellini è Sorrentino, ci ricordano. Che fotografia ragazzi che fotografia quel film manco Nanni Moretti ce lo faceva venire così intellettualmente duro, quando affondava nella Nutella il suo regale naso giudita

Il numero diciassette e il cornetto, Napule è, cornetto e cappuccino, Rocco vegeta nei salotti buoni, ormai, all’ombra del suo lungo pachidermico Dono.

Bellissimo Rocco.

Rocco e il suo albicocco.

Cavalier Siffredo di Longasta.

 

E noi?

Lo guardiamo?

Scopiamo?

Cosa facciamo?

Almeno tocchiamoci un po’, dai…

e smettiamolo di fare zapping,

siamo sposati da trent’anni

e non sai ancora come mi chiamo di terzo nome,

sai sono ducaconte da generazioni…

 

gli scheletri dei patrioti giocano a dadi sui deschi dei loro menischi

sottoterra, in fosse di lacrime, senza più rischi.

il cielo ci lega le braccia, tu sei mio fratello e io ti approvo con un like, perché in fondo non ho lo sbatti di darti una pacca sulla spalla

il papa piange per noi, noi piangiamo per la crisi, la crisi è finita, Giorgino lo sa,

la Gruber è una gran bella donna, cara, una gran bella donna, ma certo potrebbe portare i capelli un po’ più ricci, come quell’altra là, la Vanoni, la Mannoia, Branduardi e i barboncini da sfilata…il make up, il check up, pump up the valuum

mamma voglio la pizza la piazza la puzza di merda delle campagne pedemontane

voglio un trenino elettrico

che arrivi puntuale

come la folgore

come la polvere

che mangiano le archistar e gli chef vip

che sanno cucinare

solo crocifiggendo in sala mensa

masochisti

ragazzotti

di provincia

figli di schiavi

nei secoli dei secoli dei secoli dei secoli.

 

I poeti vibrano fendenti ai talk-show, “ce l’ho più duro io!”, urlano avveduti!

Mostrano le medagliette vinte alle sagre di provincia,

quelle con i concorsi letterari annessi, di una tristezza che solo Marzullo e Fazio insieme sanno eguagliare,

concorsi per parolai che han voglia sopra ogni altra cosa di scopare quella che legge il menù al ristorante d’un “Gigi il troione” qualunque, Fantozzi docet

mostrano orgogliosi a TeleTanaro i salamini stagionati e i pacchi di pasta con cui l’editore “Specchietti per le Allodole” ne sostiene le fatiche,

hanno stomaci estenuati da tempeste emotive indomabili

e i loro pensieri si rivolgono alle shampiste,

più che mai quando gli porgono una coppa da poeta laureato.

Fanno gara a chi ce l’ha piu’ lungo, a chi ha la lingua più audace, a chi ricorda piu’ versi a memoria dell’immortale Mago Forrest

che su TeleTanaro un giorno ci lesse la Pivano,

sempre sia lodata.

 

Platinette si vomita l’anima sui collant

ma è un’anima morta, vorrebbe valere due

vorrebbe essere bianco e nero uomo e donna dare e prendere

e invece è zero

vale zero

il vuoto pneumatico di cui è fatta.

 

Ha studiato il latino ma poi ha smesso di guardare il cielo

e la punta dei piedi non ha lo stesso odore delle nuvole

specie se barcolli come un caterpillar

e confondi il sole coi neon

e i social con la fogna dell’umanità,

in cui tutto può essere scaricato.

 

i talk-show i cani le reginette i trans le mignottone le tribune d’onore le tribune politiche i giornalisti dritti i giornalisti froci i giornalisti finti i giornalisti Dogi

i cazzo di The Giornalisti con la loro Riccione e i loro baci adriatici tra orgasmi impossibili con le barbette giovani sporche di sale e quell’aria da te lo metto millimetricamente laddove voglio, come una palla da biliardo in buca, come Ugo Fantocci che alla fine la spunta sul Catellami facendoci godere tutti come pazzi

noi figli di questa Italietta traboccante di gerani

latitanti

navigatori di utopie

poeti della Domenica Sportiva

che tanto ci piace.

 

Ormai

Mameli

dorme

nella

sua

tarantella

bugiarda

mentre lo stivale

s’inorgoglisce in un mare

che è solo più sabbia

e preservativi bucati.

 

Matteo, facce na pizza va’.

 

Nubius

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1×01:The National Anthem, ovvero come amare un maiale.

La richiesta dei rapitori è assurda: il primo ministro inglese Michael Callow deve fottersi una scrofa in diretta televisiva nazionale, altrimenti la testa della principessa Susannah cadrà. Il video con la richiesta per il riscatto della giovane esponente della Famiglia Reale, duchessa di Beaumont, è stato caricato su YouTube. E’ lei stessa a farsi portavoce dei rapitori di fronte alla telecamera. Il primo ministro dovrà compiere quanto richiesto tassativamente alle ore 16 di quello stesso pomeriggio.

Mentre le immagini scorrono sullo schermo, queste premesse mi divertono e rapiscono -tanto per stare in tema-, sebbene io abbia schiacciato il tasto play con una marea di pregiudizi sulla serie e su quanto questa avrebbe potuto incontrare i miei gusti. Mi era stata presentata da qualcuno come una seria di fantascienza, e so per esperienza che la fantascienza non mi dice nulla o quasi. Ma qui la fantascienza c’entra poco, e voler far rientrare nei confini di un unico genere questa serie è come tentare di far passare un cammello per una grondaia. Manco con lo Svitol di Dio, neanche con tutta la Vaselina di Sodoma. C’è dell’horror, sicuro, c’è della fantascienza, c’è del noir, c’è della black comedy, c’è della distopia. Ma c’è soprattutto quel quid in più -quello che secondo il Cavaliere mancava ad Alfano, per intenderci- che ugualmente rende certi politici e certe opere d’arte (il cinema è la settima, no? Siamo d’accordo?) inopinabilmente superiori ad altri. Già da questa manciata iniziale di minuti si capisce subito che il gioco si farà molto sporco, la narrazione si carica fin da ora di grotteschi presagi che mi pompano adrenalina in vena. Le aspettative si moltiplicano, la suspence per il destino del povero Primo Ministro (o del povero maiale, a seconda dei punti di vista) si fa insostenibile. Un’annacquata sensazione di straniamento e una leggera impressione di vertigine: ecco come scivolo poco per volta nell’oscuro mondo di The National Anthem, 1×01 della serie made in UK Black Mirror.

Stregato esclamo tra me e me “porca troia, che attacco!”. E quando esclamo “porca troia” è perché qualcosa mi piace per davvero.

La vicenda avanza e l’aria che tira è quella di una tragedia annunciata, sullo sfondo dell’Evento sessuale, quel rapporto con un maiale richiesto dai rapitori a cui molto probabilmente il Primo Ministro non riuscirà a scampare. E in qualche modo noi lo sappiamo, ma lo stesso non stacchiamo gli occhi dal video. E’ vero però che la speranza è l’ultima a morire e in qualche modo Callow e soci cercano fino all’ultimo di salvare capre e cavoli, nella fattispecie l’immagine pubblica del Primo Ministro e la vita della Principessina Susannah. Una pensata in particolare è allo stesso tempo ingenua e grottesca: far recitare ad un attore porno la scena di sesso con l’animale, intimando a un improbabile tecnico degli effetti speciali di sostituire entro le 16.00 il volto dell’attore con quello del Primo Ministro.

Ok, ricapitoliamo perché la situazione si è fatta succosa: un attore porno dovrebbe vestire i panni di un Primo Ministro perché uno sconosciuto rapitore tiene in ostaggio la principessina Susannah e chiede come riscatto che il politico più in vista del paese si fotta nientepopodimeno che un maiale in diretta televisiva. Senza dimenticare la sottigliezza del ricatto tecnologico in atto: il video con la richiesta dei rapitori è stato caricato su YouTube èd è diventato virale, irrefrenabile nella sua corsa pazza per il web. Come viene riferito a Callow dalla sua equipe, ne viene cancellato uno e altri dieci identici ne vengono caricati nello stesso momento. Chiunque nel mondo sa che ora il destino della Principessa è nelle mani del Primo Ministro. Cosa succederà se la lascerà morire, se non si sottoporrà a quella pubblica degradante umiliazione? E’ questa la domanda che più di ogni altra occupa i pensieri e guida le azioni del team di Callow, inserito in un’epoca in cui le conseguenze della tecnologia non possono più essere controllate dalle mani creatrici dell’uomo.

Inutile dire che penso a romanzi come Il Processo di Kafka, all’immortale 1984 di Orwell, ad Huxley, persino a Lansdale per quella vena da commedia nera che percorre timidamente questa prima puntata di Black Mirror.

Capirete che questo è Dalì che incontra Tarantino che si è divorato P. K. Dick tutto intero. Un magnifico incubo allucinato ambientato in un futuro neanche troppo lontano, un futuro così “prossimo” che in realtà ricorda piuttosto da vicino questo presente sempre più controllante, sempre più social.

Ma ora basta.

Non vi dirò che ne sarà dell’attore porno e del Primo Ministro, non vi dirò se la Principessa Susannah sopravviverà o meno, non vi dirò nemmeno chi si cela dietro l’identità del fantasioso, bieco ricattatore. Non lo farò per non rovinarvi la sorpresa, amici.

Non vi dirò nemmeno i nomi del regista, degli sceneggiatori, l’anno in cui questa serie antologica made in UK è apparsa oltre Manica o qui da noi in Italia. Informazioni che potete reperire ovunque, soci.

E non mentirò nemmeno millantando di aver già visto il resto della serie.

Parlerò invece sulla base di quel che mi è stato dato di vedere finora, sulla base cioè di questa prima puntata della serie, permettendomi soltanto di esporre una mia personalissima opinione: se l’intera Black Mirror -ormai arrivata alla terza stagione- si è portata avanti su questi livelli, non trovo un solo motivo valido per non inserirla tra i prodotti cinematografici seriali più riusciti di sempre.

E’ vero, The National Anthem non ha il tenore epico di un Fargo, giusto per intenderci, e neanche la ricerca del colpo di scena, della violenza o dell’effetto “splatter”, come possiamo ad esempio rinvenire in altre serie eccezionali come Breaking Bad o Dexter. Non sono questi, almeno per quanto riguarda questa prima puntata, gli espedienti narrativi a cui gli sceneggiatori hanno deciso di ricorrere per aggiungere pepe alla vicenda, a questa opaca meravigliosa grottesca creatura.

Ciò che la visione di The National Anthem evoca è invece un senso di straniamento lieve, l’impressione di venire risucchiati poco per volta in quel futuro così prossimo a noi che sembra quasi presente. E’ un futuro famigliare, profetico, inquietante, in cui la tecnologia si è arricchita di significati infernali e in cui i suoi effetti collaterali, così impossibili da contenere, così imprevedibili, rendono l’uomo quasi al pari di un suo servo più che di un suo dominatore.

 

nubius dee

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